Una riforma attesa, necessaria, persino "favolosa" nelle intenzioni. Ma la strada verso la sua piena attuazione è lastricata di ostacoli concreti che rischiano di escludere proprio le persone più fragili. È questo il quadro che emerge dalle parole di Giuseppe Morabito, segretario della Cgil di Asti, e di Mamadou Seck dell'Inca Cgil, intervenuti per fare il punto sulla riforma della disabilità introdotta dal D.Lgs. 62/2024, già in fase di sperimentazione in sessanta province italiane — tra cui Asti, dal primo marzo scorso.
Una riforma che guarda all'ONU, ma che stenta a decollare
Il decreto legislativo 62 del 2024 segna una svolta storica nel modo in cui l'Italia riconosce e valuta la disabilità. Abbandona la logica della singola prestazione — l'invalidità, la legge 104, l'accompagnamento — per adottare un approccio globale, in linea con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. La nuova norma qualifica come persona con disabilità chiunque presenti "durature menomazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali che, in interazione con barriere di diversa natura, possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri."
In pratica, quando la commissione INPS valuta una persona, non si limita più a riconoscere una singola condizione: definisce un quadro clinico completo e, a partire da quello, costruisce un progetto di vita individuale, affidato poi al comune e alla regione di residenza per la sua attuazione. "La legge in sé è favolosa", ammette Seck, "il problema nostro italiano è che prima di arrivare al regime di questa legge passeranno una decina, una ventina di anni. E nel frattempo chi ne ha bisogno oggi si trova davanti a difficoltà enormi."

Il nodo dei costi: da 90 a 250 euro a pratica
Il primo e più immediato problema riguarda i costi del certificato medico introduttivo, il documento indispensabile per avviare la domanda di riconoscimento della disabilità. Con il vecchio sistema, il medico di famiglia gestiva l'intera pratica, spesso a costi minimi o nulli. Oggi il nuovo certificato richiede una documentazione clinica dettagliata, l'inserimento di codici specifici — i cosiddetti codici WHODAS — e un impegno stimato tra le due ore e mezza e le tre ore di lavoro per ogni singola pratica.
Il risultato è che la maggior parte dei medici di base ha rifiutato di farsi carico di questo adempimento. "I medici di famiglia hanno detto subito che non lo avrebbero fatto", riferisce Seck, "perché devono inserire anche dati amministrativi e non se ne vogliono prendere la responsabilità. Sono pochi quelli che lo fanno, e chi si rende disponibile chiede tariffe che si aggirano tra i 250 e oltre euro a pratica."
Un costo insostenibile per molti. "Immaginate un anziano con una pensione da 600 euro al mese", dice Morabito, "che deve spenderne 250 o 300 per presentare una domanda di cui non conosce nemmeno l'esito. È ovvio che ci pensa due volte". E i dati lo confermano: nelle province già avviate alla sperimentazione — tra cui Alessandria — si è registrato un calo del 30% delle domande rispetto all'anno precedente, come certificato dalla stessa INPS in un incontro tenutosi alla Cassa di Risparmio di Asti.
Il decreto 50/2026 e il doppio binario per gli over 70
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto il D.Lgs. 50 del 2026, che ha introdotto una distinzione netta tra chi ha meno di 70 anni e chi ne ha di più. Gli ultrasettantenni, a partire dal primo giugno, potranno tornare al vecchio certificato del medico di base — ma solo se in possesso di determinati requisiti legati alla presenza di patologie gravi e croniche. Sarà il medico di famiglia a stabilire quale percorso seguire.
"Questo creerà grosse difficoltà", commenta senza mezzi termini Morabito. "Avremo due binari completamente diversi. E se la commissione ritiene che l'anziano non abbia i requisiti per il vecchio percorso, dovrà ricominciare tutto dall'inizio con il nuovo certificato." Anche per i medici il doppio sistema rappresenta una complicazione seria: "Sono sicuro che diversi diranno: a me non interessa", aggiunge Seck.
Ad Asti 5.000 pratiche arretrate e tempi di attesa fino a sette mesi
Sul piano locale, la situazione è ulteriormente aggravata da un arretrato accumulato prima dell'entrata in vigore della sperimentazione. "Ad Asti la commissione aveva un arretrato di circa 5.000 pratiche al 28 febbraio scorso", rivela Morabito. "Per fortuna la commissione non è ancora stata sciolta, perché altrimenti avremmo dovuto ricostruire tutto da capo." I tempi di attesa dalla presentazione della domanda alla visita si attestano attualmente tra i sei e i sette mesi.
La nuova legge prevede termini ben più stringenti — 90 giorni in generale, 30 per i malati oncologici e per i bambini — ma c'è scetticismo sulla reale applicabilità di questi obiettivi. "Puoi anche scriverlo", osserva Seck, "ma se non ci sono i medici per comporre le commissioni, i tempi non si rispettano. C'è stato un concorso, ma è stato disertato. I medici legali non vogliono fare questo lavoro perché li espone a responsabilità continue, ai ricorsi, alle chiamate della procura."
Le revisioni: il rischio di perdere ciò che si aveva
Un altro aspetto che preoccupa il sindacato riguarda le revisioni. Con il vecchio sistema, chi aveva già ottenuto la legge 104 e l'accompagnamento, al momento della revisione non rischiava di vedersi togliere quanto già riconosciuto. Oggi non è più così. "Quando si torna davanti alla commissione", spiega Seck, "questa riesamina tutto, a prescindere da ciò che era già stato concesso. Ci saranno sicuramente casi in cui chi aveva la 104 non la otterrà di nuovo." Considerando che gli aggravamenti rappresentano "quasi la metà del lavoro", la portata del problema appare significativa.
Il progetto di vita: una scommessa sui comuni
L'elemento più innovativo della riforma — e anche quello che genera le maggiori preoccupazioni — è il progetto di vita individuale. Una volta definita la disabilità, la commissione elabora un piano che deve essere attuato dal comune e dalla regione di residenza, in raccordo con i servizi sociali, secondo i livelli essenziali di assistenza (LEA). In teoria, un sistema integrato che supera la frammentazione attuale. In pratica, un terreno quasi inesplorato per le amministrazioni locali.

La risposta della Cgil: medici convenzionati a prezzi calmierati
Di fronte a questo scenario, la CGIL di Asti ha scelto di non attendere. Il sindacato ha attivato una convenzione con medici qualificati per offrire ai propri iscritti la possibilità di ottenere il nuovo certificato introduttivo a prezzi accessibili. Il servizio, partito il mese scorso, prevede tariffe di 90 euro per gli iscritti CGIL, 120 euro per i nuovi iscritti e 140 euro per i non iscritti. Due professionisti coprono il territorio provinciale: uno ad Asti per il capoluogo e i comuni limitrofi, uno nell'area di Nizza Monferrato e Canelli per la Valle Belbo.
"Saremo probabilmente il primo sindacato a livello confederale a farlo", afferma Morabito. "Abbiamo aspettato ad annunciarlo per essere sicuri di riuscire a gestire l'afflusso. Non volevamo promettere un servizio che poi non riuscivamo a garantire." Il sindacato ha anche predisposto un vademecum con l'elenco della documentazione necessaria — referti degli ultimi 24 mesi, lettere di dimissione ospedaliere — per aiutare i cittadini a presentarsi dal medico già con il materiale in ordine.
"La riforma è giusta", conclude Morabito, "ma è stata lanciata senza mettere in condizione le persone di affrontarla. Bisognava prima parlare con l'ordine dei medici, capire chi avrebbe fatto le certificazioni, garantire una copertura per chi si espone. Invece si è partiti e si è lasciato tutto sulle spalle dei cittadini. Noi proviamo a colmare questo vuoto, ma non può toccare solo a noi."












