San Secondo viene ricordato e venerato come santo, martire e patrono della nostra città.
E fin qui, questo tutti lo sanno. Forse però non è di pubblico dominio, volendo dare credito ad indagini abbastanza recenti, che il “nostro” Santo potrebbe, il condizionale è d’obbligo, essere non solo di origini non astigiane ma proprio non piemontesi, bensì longobarde. Seguendo tale ipotesi, identificato come un vescovo di Asti vissuto nel primo secolo dopo Cristo (morì infatti nel luglio del 119, senza “mille” davanti), divenne noto e stimato per le sue idee sulla pacifica convivenza tra gli abitanti di origine romana e gallica di Hasta, così si chiamava il “municipium” all’epoca dei Romani, con gli invasori Longobardi, per l’appunto. Tale occupazione in altri centri vide conflitti piuttosto accesi mentre in quel di Asti avvenne in maniera alquanto tranquilla tanto che alla città venne assegnato il titolo di capoluogo di un ducato dato in gestione nientemeno che al fratello della regina Teodolinda. E come ducato l’antico centro romano conobbe un periodo di sviluppo economico e commerciale, incrementando anche la propria valenza politica.
Dunque gli studiosi che supportano questa tesi non sono propensi a ritenere San Secondo un martire in senso stretto, quanto maggiormente una sorta di baluardo della Fede, un testimone del significato della parola del Signore, la quale, ascoltata, evitò sicuramente derive sanguinose. Qualcosa di tragicamente attuale, non suona anche a voi?
Ma continuiamo ad immergerci nella storia con la S maiuscola. Anche se spesso quest’ultima si mescola con la leggenda.
Infatti ciò detto finora potrebbe fare la fine di un moderno manichino da crash test. Motivo? Quando si sbircia oltre il velo del tempo non è insolito che vengano meno le certezze, senza aggiungere le difficoltà nell’identificazione senza ombra di dubbio di qualcuno vissuto un paio di migliaia di anni fa, per di più avente parecchi “colleghi” omonimi.
Secondo, scusate il gioco di parole, la stadiazione al carbonio 14 i resti conservati nella Collegiata di San Secondo risulterebbero appartenere ad un uomo che respirava e camminava durante il secondo (nomen omen) secolo dopo Cristo. Potrebbero essere di un soldato che subì il martirio, seguendo il mito oggettivamente più accattivante, che andrebbe dunque contro quando affermato dagli studi menzionati inizialmente.
Comunque il nome del Santo di Asti spuntò nelle cronache per la prima volta, o una delle prime volte, nel 1600 in certe raccolte su vite di vari santi. E da quelle raccolte ha messo radici l’ipotesi romana: vissuto al tempo dell’imperatore Adriano, nobile e di origini astigiane, Secondo, se vogliamo restare su questa via temporale, sembra fosse membro della casata del Vetii, fondatori del villaggio di Vezza d’Alba, oppure alla gens Licinia. Nemmeno in codesto caso ci sono grandi certezze. Pare che “il Secondo romano” fosse amico di persone influenti tra cui un tale prefetto di nome Saprizio. In viaggio con questo suo amico verso Tortona dove incontrò il vescovo della città, venne da quest’ultimo avviato sulla strada della conversione, già influenzato in tal senso dall’incontro con un altro martire, Calocero, ex comandante romano votatosi al Cristianesimo e fatto prigioniero nelle segrete della nostra Torre Rossa.
Si crearono dunque dissapori con il prefetto anche perché Secondo andò apertamente contro gli ordini ricevuti, portando “perfino” l’eucarestia a Calocero e ad un altro prigioniero, un certo Marziano, il quale fu poi giustiziato, proprio su sentenza di Saprizio. L’ormai ex amico tentò di riportare dalla sua Secondo, qualche documento cita un console di nome Gaudenzio che provò a fare altrettanto, però il futuro Santo resistette anche alla tortura mantenendosi fermo nelle proprie convinzioni. La devozione costò dunque a Secondo la condanna a morte: narra la leggenda che venne liberato la notte prima del supplizio da un angelo che lo portò ad Asti, proprio nel carcere al fianco di Calocero. Non si sa se quell’angelo avesse il navigatore GPS sfasato o se in qualche modo Secondo, magari aiutato, avesse in animo di liberare Calocero o semplicemente di finire i propri giorni nel luogo natale, ma il 30 marzo 119, dopo che il prefetto ne scoprì inevitabilmente la fuga per ritrovarselo comunque tra le grinfie, fu decapitato fuori dalle mura della città.
Esistono in ogni caso molteplici versioni e differenti variazioni su origini e storia della vita del Santo. Esiste anche un’incisiva quanto macabra leggenda secondo cui si rialzò subito dopo l’esecuzione, prese la testa sotto braccio e si diresse da solo verso il luogo di sepoltura.
Perciò la sola cosa certa è che esiste ancora un qualche velo di mistero che la consultazione di numerose fonti riesce a dipanare.
Nella Collegiata di San Secondo possiamo ammirare l’opera “Martirio di San Secondo” firmata da Vincenzo Cavallero, artista vissuto a cavallo tra il 1700 ed il 1800, presumibilmente una copia, come altre di soggetti danneggiatisi perché non eseguite su tela ma direttamente sui muri. Si tratta di un ciclo che annovera una mezza dozzina di lavori relativi ad episodi della vita del Santo fino al suo martirio.
Le reliquie di San Secondo vennero conservate proprio nella chiesa summenzionata ma a causa delle invasioni barbariche dei secoli IX e X si pensò al trasferimento (del quale non ci sono documentazioni comprovate) in Duomo, considerato maggiormente sicuro dal momento che poteva contare sull’ulteriore protezione della cinta di mura.
Il giorno dedicato al Santo venne fissato da Papa Pio VII al primo martedì di maggio, con un decreto nel 1818. Non fu invece ovviamente un decreto papale a stabilire lo svolgimento e la tradizione della Fiera Carolingia, che affonda le sue radici nei secoli, comparendo per esempio in editti risalenti al 1300, nei quali si parla di una festa della durata di non meno di una settimana con mercanti provenienti da svariate zone d’Europa. I signori di Asti concedevano ai partecipanti molteplici agevolazioni quali ad esempio diritto d’asilo, esenzione dai normali dazi mercantili e burocrazia ridotta all’osso.
Arrivati a questo punto voi giustamente direte: “Ma i santi per essere santi non devono fare dei miracoli?” Più che giusto. Basta chiedere.
Focalizzeremo l’attenzione su due di questi miracoli. E senza anticiparvi niente, sappiate che non si tratta di robette da poco.
Andiamo in ordine cronologico.
Sicuramente il miracolo più significativo attribuito a San Secondo risulta essere quello relativo alla liberazione di Asti dall’assedio nel 1526. Non è stata l’unica occasione in cui la nostra città si è ritrovata circondata ma in questo caso scesero in campo un paio di alleati obiettivamente imbattibili.
Dunque, facciamo prima un passo indietro per comprendere meglio la situazione. Avete mai sentito il termine “maramaldo”? Oggigiorno è un’espressione ormai caduta in disuso tuttavia il suo significato rimane riferito ad indicare una persona vile, che infierisce su un vinto, sinonimo di vigliacco prepotente nei confronti di deboli ed indifesi. Un fior di bullo, diciamo, usando un po’ fuori contesto una parola moderna.

Ecco, forse non tutti sanno che questa definizione deriva da una persona realmente esistita: Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura mercenario all’epoca al servizio dell’imperatore Carlo V d’Asburgo e nel periodo storico che interessa a noi comandante delle truppe di stanza ad Alessandria. Ebbene, questo “simpatico” individuo, prima di passare alla storia e forgiare tragicamente a fuoco nei secoli il proprio nome in seguito all’uccisione del capitano Francesco Ferrucci, già fatto prigioniero e per giunta ferito (fu Ferrucci a pronunciare la celebre frase: “Vile, tu uccidi un uomo morto.”), al termine della battaglia di Gavinana, avvenimento cardine dell’assedio di Firenze risalente al 1530 (era fissato con gli assedi, questo), dato che lui e i suoi sgherri avevano le tasche vuote, tra le orecchie gli si fece largo la brillante pensata di procurarsi armi, provviste e denaro ai danni della “piccola” Asti.
E dire che Asti ufficialmente stava dalla stessa parte, cioè era all’interno dei domini di Carlo V, dopo il trattato di Pavia firmato da poco tra l’altro, sebbene agli Astigiani la faccenda non andasse proprio a genio.
Maramaldo ebbe perciò l’alzata d’ingegno di saccheggiare la città, così tanto per risolvere i problemi di conti in rosso e poter far svagare i suoi uomini prospettando un ricco bottino, per di più essendo venuto a sapere che i maggiorenti di Asti si erano recati in delegazione a Milano, dunque aspettandosi la città più sguarnita del solito e senza guide. Un vulcano di idee, peggio di Gargamella. Nella sua gita fuori porta si fece accompagnare da un’intera batteria di cannoni, non meno di una quindicina pare, che fece piazzare nei pressi di Borgo San Pietro.
Dopo che gli fu negato il “permesso” di accedere alle porte tenute invece ben chiuse (vorrei ben vedere), toccato nel suo borioso orgoglio di “grande condottiero”, andò avanti a far piovere sulle mura qualcosa di ben più solido e rovente dell’acqua per non meno di una settimana. Sempre più simpatico. Aperta una braccia, in corrispondenza dell’attuale Borgo di Santa Maria Nuova, ritenne di avere via libera per entrare in città però le nostre truppe, guidate dal comandante Matteo Prandone, che condusse un’eroica resistenza, gli fecero cambiare idea respingendo più assalti. Purtroppo il capitano Prandone, di origini piacentine ma adottato da Asti, per così dire, perse la vita nella difesa a causa di una cannonata, mentre impartiva ordini ai soldati al fine di coordinare la controffensiva, morendo il 13 novembre 1526, seguendo la sorte di suo figlio, anch’egli già caduto sotto il fuoco degli assedianti. Al generoso comandante Asti ha dedicato una via.
Qualcuno chiama tutto ciò, forse in modo esageratamente inappropriato, una “vittoria dimenticata” ma non si dimentica chi dona la vita per la patria o per fare il proprio dovere e dal momento che l’azione di Prandone venne in qualche modo spalleggiata addirittura da San Secondo, tale episodio racchiude una valenza assai importante. Quindi qualora fosse stato davvero dimenticata, a maggior ragione è giusto rievocarla e ricordarla.
Ma... e il miracolo? Arriva, arriva.

Gli Astigiani, sconfortati dalla perdita della colonna portante della difesa, invocarono in aiuto il Patrono e la Vergine Maria. Sembra che in risposta alle preghiere il cielo si squarciò ed apparve il martire a cavallo che scagliando fulmini contro le truppe di Maramaldo le ricacciò da dove erano venute. Il miracolo è raffigurato dall’affresco dei primi del Settecento ancora oggi visibile nella parete destra del coro della Collegiata, attribuito a Federico Bianchi, il quale riproduce San Secondo che giunge a cavallo a supporto degli Astigiani.
Perchè si considerò un miracolo? Probabilmente viste le circostanze alquanto critiche ben pochi si aspettavano una vittoria ed il ribaltamento delle sorti della battaglia venne allora spiegato con l’intervento divino, tanto più che iniziò anche a circolare una testimonianza da parte di un ufficiale dell’esercito nemico il quale spergiurò che lui e i suoi uomini udirono una roboante voce che li intimava di abbandonare il campo.
Per celebrare lo scampato pericolo diversi anni dopo, nel 1591, venne eretta la chiesetta di San Secondo Alla Vittoria, proprio dove era stata aperta la breccia. Però i dipinti in essa contenuti andarono perduti nella demolizione dell’edificio stesso avvenuta nel 1930.
Prima abbiamo parlato di due miracoli.
L’altro fatto prodigioso è conosciuto come il miracolo eucaristico di Asti: nel luglio del 1535 durante una messa celebrata da un sacerdote, Domenico Occelli, proprio presso la Chiesa di San Secondo, all’atto di spezzare l’ostia alcune gocce di quello che parve sangue caddero nel calice utilizzato per la funzione religiosa. Altre ne sgorgarono, sembra, durante il proseguimento della celebrazione eucaristica ma la particolarità fu che poi tutto riacquistò la normalità e l’ostia venne dunque mangiata dal sacerdote. La testimonianza del celebrante e dei presenti fu inviata alla Santa Sede dall’allora vescovo di Asti monsignor Scipione Roero, il quale ne asserì l’attendibilità. A quel tempo il pontefice era Papa Paolo III che in una conseguente bolla sancì la concessione di un’indulgenza plenaria a coloro i quali avessero visitato la chiesa nel giorno del miracolo, recitando un certo numero di Padre Nostro ed Ave Maria. Dando credito alla traduzione di un altro documento anche alcuni soldati dell’esercito di Carlo V erano presenti tra la gente ed anch’essi non solo confermarono il fatto ma ne furono talmente influenzati da convertirsi tutti.
Nella Collegiata vengono conservati calice e patena, cioè l’oggetto liturgico, tipicamente un piatto circolare in oro o argento utilizzato per contenere l’ostia prima e dopo la consacrazione, con un’iscrizione che ricorda l’accaduto: "Hic ubi Christus ex sacro pane effuso sanguine exteram vi traxit fidem astensem roboravit" (Qui Cristo dal sacro pane avendo sparso sangue, trasse con forza estranei alla fede e confermò quella degli astigiani).
Che siate credenti o meno, che siate Astigiani o no, una cosa si può affermare con certezza: San Secondo, patrono di Asti, non è... secondo a nessuno. Come la “sua”, la nostra, città.










