Cultura e tempo libero | 26 aprile 2026, 12:30

"Apro il vaso di Pandora": Davide De Muro e la musica che aspettava da troppo tempo

Il chitarrista di Rocchetta Tanaro, una vita tra Genova e le colline astigiane, ha pubblicato i suoi primi singoli su Spotify. Un curriculum che vale un romanzo, tra Dire Straits, New Trolls e Matia Bazar. Adesso è il momento di mettersi al centro

Davide

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C'è chi fa musica per mestiere e chi la fa per necessità. Davide De Muro, 57 anni, chitarrista nato a Genova con l'anima piantata tra le colline di Rocchetta Tanaro, sembra appartenere alla seconda categoria. 

Per decenni ha suonato con chiunque — dal batterista storico dei Dire Straits Pick Withers, ospitato sul palco del Politeama di Asti nel 2003, a Carlo Marrale dei Matia Bazar, fino a pianisti e chitarristi che hanno fatto la storia della canzone italiana — senza mai mettere davvero se stesso al centro. 

Poi è arrivato il momento di cambiare. Il 14 aprile scorso ha pubblicato i suoi primi due singoli su Spotify. 

Un esordio in streaming, a 57 anni, che vale più di molti debutti a vent'anni.

Come mai hai deciso di pubblicare adesso?

Per tutta la vita, quando si è giovani, si ha l'ambizione di andare a suonare con Tizio e Caio. In parte quella cosa l'ho fatta, però alla fine ti rendi conto che non porti a casa nulla di concreto, se non la soddisfazione personale di averlo fatto. E allora ho detto: voglio provare a essere io quello che finisce in gioco. Faccio la mia band, faccio la mia situazione e provo a invitare qualcuno che venga a suonare con me. Ci sono riuscito con Patrix Duenas, bassista di Edoardo Bennato, con Mark Baldwin Harris, con Carlo Marrale — tutti loro che sono stati miei ospiti, non sono stato io ad andare a suonare con loro. Quello è stato il punto di svolta.

E Spotify è stata la conseguenza naturale?

In realtà è stato mio figlio Alessandro a spingermi. Lui, che ha 25 anni, avendo respirato la musicalità in casa si è avvicinato anche lui al mondo della musica — abbiamo fatto 300 concerti insieme — e a un certo punto mi ha detto: "Ma perché non pubblichi la roba?" Aveva ragione. Ho uno studio di registrazione in casa, in due minuti posso far ascoltare un brano a tutto il mondo. Questa cosa non è stata così facile da capire per quelli della mia generazione. Ci sono arrivato un po' dopo.

Di cosa parlano i due singoli usciti il 14 aprile?

Ti dico come mi approccio in generale alla musica. Ho un CD che è già uscito fisicamente — "Davide De Muro & Friends" — che è un concept album che parla della mia vita, non sono brani distaccati l'uno dall'altro, è un riassunto delle mie esperienze personali. Qualsiasi brano che scrivo, se non è direttamente vissuto da me, posso avvalermi della licenza poetica di romanzarlo un po', però deriva tutto da esperienze reali. Non sono capace di scrivere bene una parola inventata. Devo per forza andare a pescare nei ricordi, nelle mie esperienze.

Danilo Amerio ti ha detto che scrivi testi "troppo difficili"...

Sì, è venuto a casa mia l'autunno scorso e me l'ha detto chiaramente. E io ho risposto: sì, ok, però qualcosa devo raccontare. Posso venire un po' più incontro al pubblico, ma non voglio scendere sotto una certa soglia. Non voglio creare il prodotto di consumo. Devo essere fedele a me stesso.

C'è un prossimo singolo in uscita?

Venerdì esce Isabel, un brano che esiste già in rete nella versione live del concerto al Teatro Govi di Genova, dove avevo ospitato Carlo Marrale e dove ho eseguito il brano in duetto con Armanda De Scalzi, figlia del compianto Vittorio dei New Trolls. Però non c'è ancora una versione ufficiale, e quella voglio pubblicare. Poi mi fermerò un attimo al terzo singolo, finirò il remastering del CD completo e lo pubblicherò su Spotify — oggi non c'è in rete. Dopodiché lavorerò ai brani per un album nuovo, che potrebbe essere pronto per fine anno, con la collaborazione di Giorgio Usai, uno dei fondatori dei New Trolls, e altri artisti.

Sei di Rocchetta Tanaro, ma sei nato a Genova. Come stai in mezzo a questi due mondi?

Sono nato fisicamente a Genova e ci ho vissuto per circa 35 anni. Però nella stagione estiva venivo sempre a Rocchetta Tanaro perché avevo la mia compagnia, mi è sempre piaciuta la campagna. Mi piace la vita campestre. Mio padre è venuto qui nel '63, io sono del '68 — quindi venivo qui già prima di nascere, si potrebbe dire. E Rocchetta è un paese che con la musica ha sempre avuto un rapporto speciale: è stato un crocevia che  ha visto passare di tutto, dal mondo musicale, all'alta moda al mondo sportivo. È un posto che ha sempre avuto questa vocazione.

Quanto conta la scuola genovese nella tua formazione?

Moltissimo. Da piccolo mio padre ascoltava la musica tradizionale genovese, e quella roba me la sono portata dentro. Poi al liceo ho scoperto la musica che veniva dall'America e dall'Inghilterra. Il primo album che mi sono comprato a 15 anni è stato Thriller di Michael Jackson — partire da lì non è partire male, se ci pensi: dietro c'era Quincy Jones, c'era Eddie Van Halen, c'era Steve Lukater, grandissimi musicisti. Poi mi sono avvicinato al rock, ho mantenuto il legame con la musica tradizionale genovese e piemontese — ho firmato brani per i Farinei d'la Brigna, ho collaborato con Piero Parodi — e ho continuato a suonare rock nei locali perché era quella spinta che ti faceva andare avanti. Una contaminazione continua.

C'è un artista che ti ha segnato più di tutti?

I Dire Straits, senza dubbio. Ci ho fondato una tribute band, la Mia's Band, all'inizio. E ancora oggi, con i Fuckin'Groove — il gruppo rock che ho fondato l'anno scorso con mio figlio Alessandro — Mark Knopfler è uno dei cardini del repertorio. L'anno scorso mio figlio mi ha regalato un DVD sui Dire Straits e ho visto cose che in 56 anni non avevo mai visto. Filmati che esistevano, ma non circolavano. Questo è il lato bello di internet: ti dà accesso a qualcosa che c'era sempre stato ma che non potevi raggiungere.

Com'è fare musica oggi per chi viene da un'altra epoca?

È un cambiamento radicale. Prima dovevi scrivere le canzoni, registrarle, trovare l'etichetta, trovare il distributore. Oggi mi produco il brano in casa e in due minuti lo può ascoltare tutto il mondo. Però il problema non è l'idea — l'idea di poter mettere un brano in rete ed essere usufruibile da chiunque al mondo è straordinaria. Il problema è che la distribuzione la gestiscono ancora i soliti major, che spendono centomila euro per spammare un brano 24 ore su 24. Un grande artista fa milioni di ascolti al mese e io ne faccio poche decine, ma lì è sempre lo stesso discorso: se sei già affermato, la strada è aperta dappertutto.

Eppure ci sei, su Spotify.

Ci sono, e lo faccio anche un po' come scommessa. Però so che ho più di cento brani depositati in SIAE. Qualcosa, prima o poi, merita di essere ascoltato. Ho aperto il vaso di Pandora. Adesso vediamo cosa esce.

Alessandro Franco

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Viviamo in un posto bellissimo

Davide Palazzetti

Chi sono in tre righe? Ci si prova.
Partiamo dal personale: marito innamorato e padre fortunato. Tergiversando poi su info tipiche da curriculum, amo il nostro territorio. Lo vivo come nostro anche se vi arrivo da Genova nel 2003. Mi occupo di marketing territoriale e promozione turistica con la piacevole consapevolezza di quanta bellezza ci circondi. Racconto un posto bellissimo, qui e su alcuni miei gruppi Facebook, nella certezza che una delle poche vie di riscatto dell’Astigiano sia riempirlo di turisti.

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