Attualità | 26 giugno 2026, 14:08

"Brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay": Agedo denuncia la cultura omotransfobica dietro al duplice omicidio di Camaiore

L'associazione contesta la narrazione mediatica del "raptus di follia": "C'è un pensiero lucido, supportato da un sistema di convinzioni preciso e profondamente radicato nella nostra società"

Agedo all'Asti Pride

Agedo all'Asti Pride

"Brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay". Queste parole, affidate ai social da Mirko Moriconi prima che la mano di suo padre si abbattesse su di lui e su sua madre Kathy, oggi non risuonano più come lo sfogo amaro di un ragazzo ferito. Sono una diagnosi. Una premonizione lucida, millimetrica, che svela la natura profonda di un crimine che la cronaca mainstream sta già liquidando, con la solita pigrizia colpevole, come l'ennesimo "dramma familiare" o "raptus di follia".

Ma in questa vicenda la follia non c'entra nulla. C'è, al contrario, un pensiero lucido, supportato da un sistema di convinzioni preciso e profondamente radicato nella nostra società. È la denuncia di Agedo Nazionale, l'Associazione di genitori, parenti e amici di persone LGBT+, che in un comunicato durissimo smonta la retorica dell'omicidio inspiegabile e accusa: "Chi uccide in nome dell'onore o della vergogna non ha fallito solo come padre: ha rinunciato alla gioia più grande della genitorialità".

La "bonifica" morale e l'illusione del possesso

Davanti agli investigatori, l'assassino ha pronunciato una frase che racchiude l'intera matrice ideologica del suo gesto: "Mi sono liberato di loro". Non ha espresso rimorso, non ha parlato di un impulso incontrollabile. Ha rivendicato un'azione. Nella sua mente, quell'atto non è stato un crimine, ma un'epurazione, una "bonifica" necessaria per ristabilire un ordine che riteneva violato.

"In una visione patriarcale e proprietaria della famiglia – prosegue Agedo – i figli non sono individui da accogliere, ascoltare e guidare nel mondo secondo la propria identità. Sono estensioni dell'ego del padre, specchi in cui riflettere il proprio decoro sociale e la propria virilità performativa. Quando Mirko ha scelto di essere se stesso, rivendicando con dignità il proprio orientamento/identità, ha infranto quel rispecchiamento. Agli occhi del padre, il figlio è diventato una 'macchia' insostenibile, una vergogna da cancellare".

E Kathy, la madre, è stata uccisa perché ha scelto di amare suo figlio per quello che era, offrendogli ascolto e conforto invece della punizione. È stata eliminata come "fiancheggiatrice di una differenza che il padre rifiutava di riconoscere come 'normale'".

La retorica della cronaca e la vittimizzazione secondaria

Ciò che disgusta e spaventa, all'indomani di questa tragedia, non è solo l'atto in sé, ma il riflesso condizionato con cui la società e i media lo stanno metabolizzando. È l'eterno ritorno della vittimizzazione secondaria. "Leggiamo commenti e articoli che descrivono l'assassino come una 'brava persona', un 'uomo tranquillo', un 'lavoratore stimato'. Si scava maniacalmente nel passato della famiglia alla ricerca di 'liti', di 'esasperazioni', arrivando a porsi la domanda più violenta di tutte: cosa ha spinto quest'uomo a fare ciò che ha fatto? Quali comportamenti del figlio o della moglie lo avrebbero portato al limite?", denuncia Agedo.

Una narrazione che sposta surrettiziamente la colpa, trasformando il carnefice nella vera vittima delle circostanze e inchiodando chi è morto alla responsabilità di aver "provocato" la propria fine. "Se un padre uccide, la colpa deve essere della vittima che non ha saputo contenerlo, che lo ha 'esasperato' esistendo. È un meccanismo di assoluzione culturale spaventoso, che nega l'evidenza: Mirko e Kathy non hanno provocato nessuno. Sono stati uccisi dall'odio omolesbobitransfobico di un uomo che si sentiva legittimato a disporre delle loro vite".

Come siamo arrivatə a questo punto

La risposta a questa domanda è, per l'associazione, tragica nella sua semplicità: "Siamo arrivatə a questo punto perché questa violenza è costantemente alimentata, sdoganata e normalizzata. Siamo a questo punto perché l'omolesbobitransfobia viene ancora troppo spesso protetta sotto l'ombrello della 'libertà d'opinione'. Finché lo spazio pubblico, politico e mediatico tollererà la retorica che descrive l'identità delle persone LGBTQIA+ come una devianza, una 'scelta' discutibile o una minaccia alla 'famiglia tradizionale', ci saranno individui che si sentiranno in diritto di farsi giustizieri di quella tradizione".

"Finché non si leverà un grido unanime di raccapriccio e di condanna radicale, privo di 'se' e di 'ma', continueremo a piangere vite spezzate. Non è il momento della compassione per chi ha sparato; è il momento della rabbia e della denuncia. Mirko voleva solo essere se stesso; Kathy voleva solo essere una madre".

L'appello di Agedo: "L'amore è una scelta di resistenza"

Davanti a un padre che uccide per non accogliere, i genitori di Agedo sentono il dovere di levare la propria voce. Non per rassegnazione, ma per una resistenza ostinata e necessaria. "Anche noi siamo stati madri e padri impauriti. Conosciamo il peso dei pregiudizi sociali, abbiamo attraversato le paure e lo smarrimento di fronte a un mondo che non sempre eravamo pronti a comprendere. Ma abbiamo fatto una scelta: abbiamo scelto di camminare. Abbiamo intrapreso un percorso di decostruzione e consapevolezza, comprendendo che l'amore genitoriale non è un contratto condizionato alla somiglianza, ma un atto di accoglienza incondizionata".

"Abbiamo imparato che un figlio non è un'estensione del nostro ego, non è una proprietà, non è un trofeo da esibire, né un risarcimento per le nostre frustrazioni personali. I figli sono altro da noi. Sono individui unici, con il diritto di autodeterminarsi, di scoprirsi e di fiorire nella propria autenticità. La nostra unica, vera responsabilità come genitori è quella di accompagnarli. Di metterci in ascolto, di fare silenzio per sentire la loro voce e, soprattutto, di avere l'umiltà di imparare da loro. Il nostro compito è proteggere i loro passi e lavorare, ogni giorno, per la loro felicità".

"Noi restiamo qui, accoglienti e resistenti, per dimostrare che un altro modo di amare è possibile, ed è l'unico che meriti questo nome", conclude la presidente nazionale di Agedo, Donatella Siringo.

Redazione

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Elisabetta Testa

Da giovane giornalista creativa, scrivo di persone dalle storie incredibili, che hanno Asti nel cuore, che ne conservano un dolce ricordo, che qui ci hanno messo radici e che, orgogliosamente, fanno conoscere la nostra città in altre terre.
Orgoglio Astigiano è la storia di un salto, personale e professionale; è un invito a riscoprire se stessi attraverso le testimonianze di chi ce l'ha fatta.
Orgoglio Astigiano per me è sinonimo di scelta: la mia e quella degli altri.
Per questo ho voluto scrivere in prima persona ogni articolo della rubrica, convinta di riuscire a portare anche te nel mio mondo.
Requisiti richiesti? Bisogna lasciarsi andare. Più che farti intervistare, ti devi guardare dentro. Senza aver paura di raccontarmi ciò che ci troverai...

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