Il 19 febbraio 2016 si spegneva a Milano Umberto Eco, a 84 anni, sconfitto da un tumore al pancreas.
Ma il silenzio intorno alla sua figura è iniziato davvero oggi, dieci anni dopo: nel testamento, infatti, il semiologo e scrittore aveva disposto una clausola tanto insolita quanto rivelatrice del suo carattere. "Non autorizzate convegni su di me per i prossimi dieci anni", la richiesta categorica rivolta alla moglie e ai figli, una sorta di beffa postuma al mondo accademico che pure lui stesso abitava. La Fondazione Umberto Eco e i familiari hanno rispettato alla lettera questa volontà, impedendo convegni, celebrazioni accademiche e persino iniziative commemorative.
Il legame indissolubile con Nizza Monferrato
Tra i luoghi più cari a Eco c'è proprio Nizza Monferrato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il giovane Umberto si rifugiò qui con la madre e la sorella, nell'abitazione di viale Don Bosco 4. L'oratorio cittadino divenne il teatro dei suoi primi ricordi: qui prese la prima cotta e imparò a suonare il flicorno contralto nella banda musicale locale. Nizza Monferrato gli ricambiò l'affetto assegnandogli la cittadinanza onoraria e intitolando a suo nome la Biblioteca Comunale di via Crova 4. Quei ricordi d'infanzia monferrini si trasformarono in letteratura: nel "Pendolo di Foucault" la collina su cui si chiude il romanzo è proprio a Nizza Monferrato, così come la storia della tromba suonata per celebrare un partigiano morto.
Le profezie avverate del filosofo anti-social
Oggi, a dieci anni dalla morte, molte delle sue intuizioni appaiono drammaticamente profetiche. Nel giugno 2015, durante una lectio magistralis all'Università di Torino, Eco pronunciò parole che suscitarono polemiche ma che il tempo ha confermato: "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività". La sua critica non era quella di un conservatore tecnofobico, ma di chi aveva compreso che Internet, pur costituendo un'immensa fonte di informazioni, aveva dato voce a "milioni di imbecilli che prima venivano zittiti dagli amici al bar". Il decadimento del dibattito pubblico, la proliferazione delle fake news, la polarizzazione delle discussioni online hanno confermato la sua analisi.
Un'eredità culturale senza tempo
Eco ha incarnato la figura dell'intellettuale totale, capace di connettere epoche e discipline con curiosità onnivora . Fondatore della Scuola Superiore di Studi Umanistici e professore a Bologna, ha introdotto la semiotica in Italia e rivoluzionato il modo di pensare la cultura . Il suo "Nome della rosa", tradotto in 47 lingue con oltre cinquanta milioni di copie vendute, resta un capolavoro che unisce semiotica, narrativa, analisi biblica e studi medievali . La sua capacità di fondere cultura alta e cultura popolare, dimostrata anche nei saggi su Mike Buongiorno e sui fenomeni di massa, ha aperto strade nuove al pensiero critico italiano
Ora che il decennale silenzio voluto da Eco si conclude, il mondo accademico e culturale può finalmente tornare a parlare di lui. Ma forse proprio questo silenzio forzato ci ha insegnato qualcosa: che la grandezza di un intellettuale non si misura nelle commemorazioni immediate, ma nella capacità delle sue idee di attraversare il tempo e illuminare il presente.










