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Cronaca | 02 aprile 2020, 16:18

Emergenza coronavirus, tutti i rischi (anche penali) in cui incorrono gli “sceriffi di quartiere”

La pubblicazione sui social o WhatsApp di presunte violazioni delle norme di contenimento può costare molto cara e configurare il reato di diffamazione aggravata

Emergenza coronavirus, tutti i rischi (anche penali) in cui incorrono gli “sceriffi di quartiere”

Quando finalmente – e ci auguriamo tutti avvenga il prima possibile – l’emergenza coronavirus sarà soltanto più un brutto ricordo, sarà opportuno studiare anche il curioso fenomeno sociale, strettamente correlato alla pandemia, che ha portato moltissime persone a passare, in poche settimane (il primo Dpcm che inseriva l’Astigiano nelle aree “attenzionate” risale al 7 marzo), da strenui difensori delle libertà individuali a inflessibili sacerdoti del #restateacasa.

Una netta svolta – sicuramente influenzata dalla presa di coscienza collettiva che non si tratta di una “banale influenza” o che “colpisce solo persone molto anziane e già debilitate” – che, come quasi sempre accade quando si verificano repentini e radicali cambi di prospettiva, ha portato a più di un’estremizzazione.

Delle quali i social, per l’ennesima volta, e a maggior ragione in questi giorni di forzata permanenza casalinga, sono una incontrovertibile cartina tornasole. E’ infatti sufficiente digitare “segnalazioni coronavirus” nel form di ricerca di Facebook per addentrarsi in una fitta foresta di gruppi sostanzialmente incentrati sulla delazione del “reo” (o presunto tale)

 

 

In questi spazi virtuali condivisi – ma anche in gruppi più generici come quelli, molto frequentanti, in cui si discute genericamente della quotidianità della zona in cui si vive, o addirittura sulle pagine personali di molto utenti – è facile imbattersi in post che documentano l’ennesima passeggiata con il cane (legittima, sempre naturalmente a condizione di mantenere le distanze di sicurezza e di non approfittare di questa possibilità oltremisura) di qualche pensionato, la corsetta lungo il viale antistante il condominio della vicina di casa e in segnalazioni di qualcuno che è andato a far spesa… una volta di troppo. Il tutto, fin troppo spesso, accompagnato da fotografie che documentano la presunta violazione delle norme di contenimento.

Gesti che, anche nell’ipotesi vengano compiuti in totale buona fede, espongono gli autori a pesanti ripercussioni anche sul piano penale. Poiché, in assenza di specifica autorizzazione da parte del soggetto interessato, la diffusione di qualsiasi informazione che possa contribuire all’identificazione di una persona, rientra nella sfera dei dati personali e in quanto tale non può venir impunemente divulgato pubblicamente.

Le conseguenze della pubblicazione, su un social o in un gruppo WhatsApp, di informazioni ‘sensibili’ inerenti un soggetto terzo possono andare dall’eventuale richiesta di risarcimento danni avanzata da quest’ultimo al rischio di vedersi denunciati per diffamazione aggravata nel caso in cui la segnalazione sia accompagnata da ‘giudizi’ sul perché la persona segnalata si trovi in giro anziché chiuso in casa.

Nel caso si ritenga di essere testimoni di una qualche violazione delle norme di contenimento disposte dal governo la prassi da seguire è la medesima valevole nel caso si assiste a qualsiasi tipo di violazione o reato. Ovvero la segnalazione, corredata di eventuale materiale foto-video realizzato, va trasmessa alle autorità competenti (Polizia, Carabinieri, Polizia Locale) che provvederà a valutare caso per caso ed eventualmente intraprendere le azioni necessarie.

Gabriele Massaro

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