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Cultura Energetica | 15 dicembre 2023, 09:00

CULTURA ENERGETICA/11 - Fotovoltaico per le aziende? Una strada per ridurre i costi, ma anche per soddisfare i criteri Esg sulla sostenibilità

Nel nostro spazio settimanale l'imprenditore albese Massimo Marengo (Gruppo Marengo, Albasolar, AspecHome) spiega come ridurre i costi di gestione e aumentare l’efficienza energetica di abitazioni, uffici, negozi, attività artigianali e industriali

CULTURA ENERGETICA/11 - Fotovoltaico per le aziende? Una strada per ridurre i costi, ma anche per soddisfare i criteri Esg sulla sostenibilità

Il tema del risparmio energetico è quanto mai attuale, come anche quello della sostenibilità. Ma cosa fare in concreto per difendersi dal caro bollette e al contempo ridurre l’impatto dei nostri consumi sull’ambiente? Ne parliamo con Massimo Marengo, imprenditore albese con alle spalle una pluridecennale esperienza nel settore delle energie rinnovabili, fondatore del gruppo Albasolar e della start-up AspecHome, che settimanalmente ci offrirà utili suggerimenti per risparmiare incrementando il comfort degli spazi in cui viviamo.

Mentre i tragici fatti di Israele hanno portato a nuove fibrillazioni sui mercati internazionali dell’energia, facendo risalire il prezzo del gas al megawattora, il nostro Paese pare ancora arrovellato nella ricerca di regole utili a favorire una maggiore indipendenza energetica senza per questo sacrificare il rispetto di ambiente e paesaggio. 

Il tema ricorre ora nella diatriba riguardante il cosiddetto "decreto aree idonee", misura con la quale l’attuale Governo va rimettendo mano al provvedimento col quale il precedente esecutivo a guida Mario Draghi aveva concesso alle attività produttive la possibilità di installare impianti fotovoltaici anche su terreni agricoli compresi nelle classi 1 o 2, se compresi in un raggio di 500 metri dagli stessi stabilimenti

Chiara la 'ratio' del provvedimento: favorire la proliferazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile volti all’autoconsumo da parte delle aziende, contemperando a questa esigenza il sacrificio di limitate porzioni di terreni ora agricoli

Un compromesso all’apparenza ragionevole, che ora viene però messo in discussione dai più stretti vincoli in discussione col citato decreto con interpretazioni che rischiano di bloccare ancora una volta un’intera filiera, mentre altri Paesi procedono a passi spediti verso una transizione "green" in grado di fare da volano alle loro economie. 

Questo con un corollario che in molti sottovalutano, ma che nel dibattito politico di questi giorni non è sfuggito agli osservatori più attenti. 

Il riflesso è quello che riguarda proprio la capacità delle nostre imprese di rendersi maggiormente autonome dal punto energetico. Questo per essere maggiormente competitive, in un contesto di continui incrementi nel costo della materia prima energia, ma anche per proteggersi dai sempre più frequenti sommovimenti di un mercato dell’energia molto condizionato dalla geopolitica. E infine, ed è un tema sconosciuto ai più, per rimanere al passo delle politiche sulla sostenibilità promosse dall’Unione Europea e messe in pratica in modo sempre più stringente dalle più grandi e innovative aziende del Vecchio Continente. 

Il tema è quello dei cosiddetti "criteri Esg", acronimo che sta per "environment, social e governance", ovvero i tre pilastri della sostenibilità sui quali per l’Ue basa le proprie politiche nei campi dell’economia e della mobilità e che un numero sempre più ampio di aziende pratica in modo non soltanto diretto, ma anche indirettamente, nella pratica chiedendo ai propri fornitori di adeguarsi agli stessi adempimenti, pena l’uscita dal novero di quanto possono proseguire a lavorare in quella filiera tra aziende. 

Una pratica seguita da un numero sempre maggiore di società multinazionali, che anche sul tema dell’approvvigionamento energetico richiedono alla catena dei loro fornitori di soddisfare criteri di sostenibilità in relazione alla produzione diretta e all’autoconsumo di energia. Un fattore questo che sta diventando il primo fattore di sviluppo della transizione energetica in Europa. 

Va da sé che la presenza di specifici limiti normativi imposti a livello locale rispetto alla possibilità, per le aziende, di produrre da sé una quota sempre più consistente dell’energia che le stesse consumano (là dove il fotovoltaico rappresenta la tecnologia più capace di assicurare il raggiungimento di tale obiettivo) può diventare un fattore in grado di condizionare lo sviluppo economico di una regione e anche di favorirne alcune a discapito di altre, incoraggiando fenomeni di delocalizzazione, se troppo restrittivi. 

Dinamiche che la politica dovrà dimostrare di conoscere e comprendere evitando di incorrere in estreme semplificazioni quali quelle riguardanti la totale e indiscriminata impossibilità di posare impianti in intere aree se queste ricadono in zone tutelate da disciplinari di produzione particolarmente ampi (un esempio è quello del Modenese, dove l’area di produzione dell’aceto Igp abbraccia l’intera provincia) .

Un altro esempio questa volta virtuoso è invece quello riguardante la città metropolitana di Roma, al centro di una semplificazione normativa che oggi permette di realizzare impianti fotovoltaici sui tetti delle abitazioni senza alcun iter autorizzativo perché considerati interventi di manutenzione ordinaria e, pertanto, non subordinati all’acquisizione di alcun atto di assenso. Condizioni che nella "città eterna" riguardano circa il 95% del territorio comunale.

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