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Cronaca | 29 gennaio 2019, 07:45

Drammatico anniversario: da quattro anni attendo giustizia per la morte di mia madre

il 29 gennaio 2015 la signora Angela Maria Sonnessa è precipitata in un fossato non cintato. Ad oggi non è ancora stato possibile accertare eventuali negligenze

Angela Maria Sonnessa, vittima della tragica fatalità, in una foto dell'agosto 2014

Angela Maria Sonnessa, vittima della tragica fatalità, in una foto dell'agosto 2014

Nel tardo pomeriggio del 29 gennaio del 2015, ovvero esattamente quattro anni fa, la settantatreenne Angela Maria Sonnessa è precipitata in un fossato, largo oltre quattro metri e profondo quasi tre, nel quale ha purtroppo perso la vita. Quello è stato solo il primo, reale e tangibile, dei due enormi buchi neri che non consentono di porre la parola fine alla vicenda e, soprattutto, di appurare ‘al di la di ogni ragionevole dubbio’ eventuali responsabilità in relazione alla tragica fatalità.

Il secondo, metaforico, fa invece riferimento al rimpallo di responsabilità tra enti (nello specifico il Comune e la Provincia di Asti) che ancor oggi non consente di fare piena luce su questa assurda tragedia. Che peraltro nel luglio scorso è arrivata ad un passo dall’archiviazione, scongiurata solo grazie al ricorso immediatamente presentato dall’avv. Aldo Mirate, legale della famiglia della vittima. Ricorso che, allo stato delle cose, ha sì fermato l'iter dell'archiviazione ma non ancora comportato ulteriori sviluppi nella vicenda.

Ma andiamo con ordine, ripercorrendo la vicenda a partire da quel freddo pomeriggio del gennaio del 2015. Quando la signora Sonnessa, dopo aver passato come di consueto il pomeriggio a casa della figlia per badare alla nipotina, prese due diversi bus per raggiungere la sua abitazione in via Lusso (quartiere corso Alba), salendo su un mezzo della linea 2 che la portò ad una fermata diversa da quella abituale, lasciandola sulla S.P. 8, in frazione Variglie- direzione San Martino Alfieri, all’altezza del civico 280.

La donna si incamminò (su un ampio marciapiede) verso casa in condizioni di visibilità ridottissime, considerato che all’epoca quel tratto era privo di illuminazione pubblica, precipitando nel fossato che si trova a 9 metri e mezzo dalla palina del bus. Letteralmente un buco nero, nel quale la donna cadde in avanti perdendo la vita, si legge negli atti processuali, “a cagione delle lesioni riportate (segnatamente trauma cranico-facciale e cervicale – frattura a tutto spessore del corpo della quinta vertebra)”.

Il giorno successivo la figlia, comprensibilmente preoccupata per l’assenza di notizie da parte della madre, presentò denuncia ai carabinieri dando il via ad una ricerca, attuata anche con il supporto di unità cinofile, che si concluse il 3 febbraio, quando un residente della zona notò casualmente un corpo riverso in quel canale di scolo.

Nei giorni e nelle settimane successive la vicenda ottenne comprensibilmente vastissimo eco mediatico e, anche grazie al supporto offerto alla famiglia dall’associazione ‘Dalla parte degli Astigiani’, nell’ottobre 2015 approdò anche alla trasmissione televisiva ‘Mi manda Raitre’.

Fin qui la cronaca di una tragica fatalità, cui però hanno fatto seguito oltre tre anni di indagini e battaglie legali per cercare di appurare incontrovertibilmente a quale ente, tra Provincia e Comune, quel tratto di strada (e conseguentemente l’ampio canale di scolo) fa capo. Elemento fondamentale per appurare eventuali negligenze da parte di funzionari e tecnici preposti poiché, come evidenziato dalle foto scattate dai carabinieri il giorno del rinvenimento del corpo, quel fossato era protetto da guard-rail soltanto dal lato strada. Pertanto pericolosissimo per i pedoni, a maggior ragione in condizione di ridottissima visibilità e nei presso di una strada particolarmente trafficata. Condizione peraltro rimasta invariata fino al settembre 2015 quando, in seguito ad una petizione firmata da 57 residenti della zona, il pozzo è stato recintato con un nastro bianco-rosso.

Ma torniamo al rimpallo di responsabilità – che ha infine portato all’iscrizione nel registro degli indagati del dirigente provinciale dell’Area Territorio-Servizio manutenzione generale, viabilità e patrimonio e del capo reparto di zona – che ritorna, per venire ai giorni nostri, anche nella richiesta di archiviazione, ai sensi ex art. 408 c.p.p., che il Pubblico Ministero Francesca Dentis ha inviato nel luglio scorso al Giudice per le indagini preliminari e ai legali rappresentanti delle parti.

Nel documento, il magistrato ripercorre tutta la vicenda e scrive che quel tratto di strada non è da considerarsi di proprietà della Provincia, risultando “per effetto di norme farraginose succedutesi nel tempo, che determinarono la dequalificazione da strada provinciale a comunale, affidato all’ente Comune di Asti”. La dottoressa Dentis scrive altresì che “nel caso in specie non si fosse in presenza di una irregolarità stradale qualificabile come ‘insidia o trabocchetto’ con carattere di ‘pericolo occulto’ per la circolazione stradale o pedonale” e che l’anomalia (l’assenza di protezioni laterali, ndr.) “appare essere non oggettivamente prevedibile e superabile per una persona dotata di normale diligenza nel camminare, ma anche perché vi era protezione sul lato strada”.

Teoria sulla quale l’avv. Mauro Caliendo, legale dei due indagati, ha preferito non esprimersi troppo dettagliatamente: "Fermo restando che non ravviso responsabilità da parte dei nostri assistiti, per rispetto dell’autorità giudiziaria preferisco non rilasciare dichiarazioni in merito".

Le conclusioni cui è giunta la PM sono invece fortemente avversate dall’avv. Mirate, che ha prontamente presentato un’opposizione che lo stesso legale definisce "molto vigorosa, poiché ritengo non ci siano assolutamente le condizioni per l’archiviazione". "Per individuare il responsabile prosegue il legalebasta sapere chi ha costruito quel tratto di strada, che è stato progettato e realizzato senza buon senso. E’ stupefacente non si arrivi a un punto. Ci sarà pure qualcuno che ha materialmente realizzato l’asfalto ed il manufatto cui poter chiedere da chi prendeva gli ordini".

"Oltre 30 anni fa accadde una tragedia sul Rocciamelone, dove alcuni ragazzi astigiani durante una passeggiata si sedettero su uno spazio cementato sul quale si aprì una voragine, poiché lo spiazzo era costruito su una vecchia trincea scavata durante la guerra, che li inghiottì. Diventammo matti per risalire al responsabile della manutenzione, ma alla fine ci siamo arrivati a fronte di documenti di 30 anni prima. E’ allucinante che qui non si riesca a risalire quale impresa ha realizzato il manufatto!"

Considerazioni affini a quelle espresse dall’ing. Carlo Pollarolo, noto professionista alessandrino spesso impegnato in consulenze legali, incaricato dall’avv. Mirate di redigere un’ulteriore perizia di parte da allegare alla richiesta di opposizione all’archiviazione del caso. “E’ pacifico e largamente documentato – scrive l’ing. Pollarolo nella sua relazione, completa di documentazione fotografica e schemi esplicativi – che all’epoca del sinistro l’illuminazione pubblica su quel tratto era inesistente. In soldoni, a quell’ora della sera e d’inverno, era ‘buio pesto’ particolarmente nella zona della fermata” e che, per fare rientro a casa, la signora Sonnessa “dovette necessariamente dirigersi verso la buca, posta a pochi metri e del tutto invisibile e inidentificabile, vuoi per mancanza di luce, vuoi per i rovi che la coprivano”. Condizioni che, conclude il professionista: “Resero la caduta inevitabile”.

Oggi quel pozzo è correttamente recintato su ogni lato, con barriere metalliche ad altezza regolamentare. Anche se, come sottolineato dall’ing. Pollarolo facendo ricorso a una celebre massima popolare: "Hanno chiuso la stalla quando i buoi erano già scappati".

Gabriele Massaro

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