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Canelli | 29 novembre 2025, 13:00

Canelli Ipogea, il cuore nascosto della città [Intervista]

Dalle cantine mitiche a spazi nascosti mai documentati, il progetto riscopre una ricchezza unica nella memoria storica del territorio

Cantine Gilardino - immagine dal profilo Facebook Canelli ipogea - censimento cantine storiche

Cantine Gilardino - immagine dal profilo Facebook Canelli ipogea - censimento cantine storiche

Una Canelli sotterranea quasi mitologica: un labirinto di cantine "più lunghe delle strade", così vasto da poter ospitare un "pazzesco circuito automobilistico". Era il 1927 quando il giornalista Ernesto Quadrone pubblicò su La Stampa un articolo sulla vendemmia a Canelli, "quartiere generale delle operazioni” di raccolta dell’uva.

Lì, Quadrone descrive un patrimonio tanto vasto quanto misterioso, definizione di ricchezza e identità per la città e per i paesi limitrofi come  Santo Stefano Belbo, Cassinasco, Calosso e Cossano, da dove arrivano le uve che riempiono un sottosuolo smisurato.

Canelli Ipogea: alla riscoperta del patrimonio sotterraneo e della memoria storica della città

Che l’estensione delle cantine sotterranee raggiunga i 20 chilometri non è del tutto certo; tuttavia, la presenza di un vasto patrimonio nel sottosuolo è attestata e ora, attraverso il progetto “Canelli Ipogea”, sta man mano tornando alla luce.

“Sono passati molti anni, ma da quando lavoravo in Comune - il sindaco era Bielli - si parlava di 20 chilometri di cantine – spiega Sergio Bobbio - Era una boutade, però trovava eco in alcuni testi di fine Ottocento e inizio Novecento che riportavano già allora questa misura”.

Un mito, dunque, da cui l’iniziativa, lanciata nel 2024 in occasione di “Canelli Città del Vino”, ha preso avvio con la costituzione di un comitato formato da Gianmarco Cavagnino, Sergio Bobbio, Giancarlo Ferraris, Massimo Branda, Gianluigi Bera, Gianluigi Barone, Oscar Bielli e Filippo Larganà; nel giro di un anno ha già prodotto risultati significativi.

“Tutto è partito da un gruppo di amici: prima di tutto Sergio Bobbio, Giancarlo Ferraris, il sottoscritto e Oscar Bielli - racconta Gianmarco Cavagnino - Tutta gente affezionata a Canelli e che tiene a quello che è il nostro ambito, no? Perché le cantine sono uno dei principali, anzi si può dire il principale, elemento di memoria storica della nostra zona”.

Proprio da questa consapevolezza nasce l’esigenza di documentare ciò che resta della memoria biografica: oggi esiste poco di scritto, e molto è affidato ai ricordi di chi ha vissuto quei luoghi di lavoro. Per questo, testimoniare la memoria storica legata al costruito sotto Canelli è diventato un passaggio fondamentale.

Oltre alle cantine riconosciute dall’Unesco, in parte già visitabili, esiste un’area più vasta e mai approfondita: “C’è una leggenda: c’è chi dice 11 chilometri, chi 7, chi 20 chilometri di cantine - prosegue nel racconto Cavagnino - Proprio per non andare dietro a questo tipo di informazioni improvvisate, ci siamo detti: “Ok, adesso cerchiamo di identificare tutti quelli che sono gli spazi ipogei della città”.

Un sottosuolo che, come già ricordato da Bobbio, è potenzialmente vasto, risalente addirittura ad anni precedenti l’entrata in funzione della ferrovia, testimoniata dall’elenco di numerose relazioni su decine di aziende vinicole, il cui numero esplose con l’arrivo del treno negli anni Sessanta dell’Ottocento. Col tempo, però, molte cantine, fulcro della produzione locale, sono state abbandonate o dimenticate.

Da queste informazioni è partita un’azione di ricerca che ha coinvolto anche i cittadini, elemento importantissimo nella raccolta di testimonianze e segnalazioni che, nel giro di alcuni mesi, hanno reso possibile la riscoperta di ulteriori cantine e, di conseguenza, di un patrimonio rimasto nascosto per moltissimi anni: “Ogni tanto arrivano segnalazioni, noi andiamo a vederle. Lo facciamo soprattutto per conoscenza personale, anche perché il paese è piccolo, quindi è abbastanza facile. Ci sono stati anche contatti dall’esterno, da gente che voleva partecipare. Adesso stiamo coinvolgendo anche persone da fuori”.

(Un "infernot" segnalato da un cittadino al comitato - immagine pubblicata sulla pagina Facebook del progetto)

L’obiettivo? “Censire tutto”

Non si parla solo di rendere visitabili le cantine ritrovate, ma di comporre un patrimonio scritto, testimonianza del lavoro passato, permettendo alle persone di acquisire consapevolezza della forza della città.

“Dall’altra parte, cerchiamo, in qualche modo, di cominciare dagli spazi più interessanti, più belli, più fruibili, coinvolgendoli in attività che possono essere degustazioni, manifestazioni, piccole conferenze - conclude Cavagnino - Oppure spazi che possano essere utilizzati anche dalle aziende, magari anche da quelle meccaniche, che vogliono organizzare incontri o convegni. L’obiettivo è fare in modo che questi luoghi vengano utilizzati, che riprendano vita, così da rendere la città sempre più fruibile”.

La mappa nascosta: un patrimonio che riaffiora

Il lavoro di ricerca dell’ultimo anno ha già iniziato a dare i suoi frutti: dietro portoni anonimi e cortili privati, lungo via Roma, via Massimo D’Azeglio e fino ai pendii che guardano verso Cassinasco. Luoghi a lungo dimenticati, riemersi grazie al contributo dei cittadini.

(Cantine Cortese - immagine pubblicata sulla pagina Facebook del progetto)

“Ogni tanto arrivano segnalazioni, noi andiamo a vederle - racconta Massimo Branda, accompagnatore turistico e membro del comitato - Poi, col fatto che mio papà lavorava nel settore, sapevo di alcune cantine canellesi oggi quasi dimenticate: qualcuna l'abbiamo trovata grazie a questi ricordi ".

Un momento importante è stato il servizio del TG3, che lo ha coinvolto: “Io in quel fine settimana di Canelli Città del Vino conducevo le visite guidate e avevo le chiavi di Gilardino, perché faceva parte del tour ‘Canelli Segreta’. Il pomeriggio della domenica mi telefona la sindaca e mi dice: ‘C'è qui la Rai che sta facendo un servizio su ‘Canelli Città del vino’ e vorrebbero vedere le cantine Gilardino’. Allora arrivo e apro; appena entrati, la giornalista e l’operatore dicono: ‘Questa è una cosa bellissima. Se mettiamo le immagini di questa cantina dentro il servizio su ‘Canelli Città e vino’, le buttiamo via, dobbiamo fare un servizio a parte’. Allora faccio il servizio".

Subito dopo la messa in onda sono arrivati nuovi contatti e alcune cantine, tra cui le Cantine Chiappori di Montegrosso, la cantina di una cascina a Sant’Antonio e una casa privata tra via Rosmini e via Palestro, subito documentate, con la speranza di renderle parzialmente accessibili al pubblico.

 

 (Cantine Chiappori di Montegrosso - immagine pubblicata sulla pagina Facebook del progetto)

Invece, tra le cantine più note per le visite ci sono, oltre alle Gilardino, le Cantine Amerio in via G.B. Giuliani e le Contratto Vermouth, con sale sotterranee un tempo dedicate al brandy e al Vermouth.

Il progetto non si limita però alle cantine già accessibili. Si stanno documentando anche quelle in via Massimo D'Azeglio, le ex cantine Capra-Riccadonna e le Gozzellino, alcune delle quali si trovano in zone più difficilmente raggiungibili a piedi dal centro, ma che costituiscono un patrimonio unico per la città. L’obiettivo è renderle fruibili, conservandone la memoria e incentivando i proprietari a valorizzare le loro strutture.

(Cantine Gozzellino - immagine pubblicata sulla pagina Facebook del progetto)

Il Club per l’Unesco di Canelli e perché la riscoperta del patrimonio ipogeo può fare la differenza

Un valore culturale e storico che non deve essere dimenticato per Edoardo Vallarino Gancia e il Club Unesco di Canelli di cui è presidente. Il rischio, però, è che questa straordinaria ricchezza rimanga sconosciuta ai più, circoscritta a pochi appassionati.

“Purtroppo, nel corso degli anni, molte cose si sono perse, probabilmente per mancanza di conoscenza, di cultura o di comprensione. Tuttavia, ce ne sono ancora tantissime. Per questo è fondamentale iniziare un censimento, in modo che l’amministrazione e i privati cittadini possano conoscere ciò che esiste – spiega Gancia – Sono percorsi che richiedono tempo, perché da una singola informazione spesso ne nasce un’altra. Inoltre, siamo in un passaggio generazionale e alcune conoscenze le stiamo già perdendo; se non si riesce a coglierle per tempo, il rischio è che scompaiano e non riusciremo più a trasmetterle alle generazioni future".

Proprio su questo si concentra il lavoro del Club Unesco, portando avanti le progettualità di un percorso naturalmente lungo, provando a costruire una rete con quelle che sono le grandi cattedrali sotterranee.

"Questo progetto sta stupendo tutti: ho visto cose che mi hanno lasciato a bocca aperta, come se il tempo si fosse fermato. Questa è l’Italia, un territorio davvero molto bello, che deve offrire ai canellesi l’opportunità di prendere coscienza della ricchezza che possediamo ed esserne orgogliosi".

In questo modo prosegue un’attività di ricerca fondamentale, alla quale i cittadini possono contribuire inviando le loro segnalazioni a ipogeacanelli@gmail.com.

Francesco Rosso

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