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Un Occhio sul Mondo | 07 marzo 2026, 09:00

“Trump contro un miliardo e mezzo di cinesi”

Il punto di vista di Marcello Bellacicco

“Trump contro un miliardo e mezzo di cinesi”

Se davvero, come lui ha perentoriamente più volte affermato, è Trump che detta l'agenda in Medio Oriente e non Netanyahu, come invece potrebbe sembrare, allora c'é da chiedersi seriamente quale sia il vero obiettivo che gli USA intendono conseguire con questa guerra contro l'Iran. Infatti, non pare verosimile che tutte le conseguenze che si stanno concretizzando, che danneggiano gravemente il mezzo mondo occidentale ed irritano ferocemente l'altro mezzo, siano il prezzo che Washington ritiene accettabile per rimuovere la leadership religiosa di una Nazione che, tra l'altro, aveva già ampiamente bombardato otto mesi prima, sempre insieme al suo sodale mediorientale.

Al momento, si può dire che il risultato massimo finale che questa guerra sembra poter conseguire, non sarà il cambio di regime a Teheran, ma piuttosto un forte indebolimento dell'Iran e la possibile neutralizzazione dei suoi alleati proxy, come Hamas ed Hezbollah. Un esito finale che potrebbe anche andare bene a Israele, nonostante Netanyahu abbia in testa ben altri effetti distruttivi verso i nemici atavici, perché sarebbe un significativo passo avanti per il conseguimento di un dominio sulla Regione mediorientale. Situazione che, inoltre, consentirebbe a Tel Aviv di rivolgere maggiormente le proprie attenzioni verso la Turchia che, come recentemente dichiarato dall'ex Premier israeliano Bennet, sarà il prossimo target di Israele.

Ma tutto questo, verosimilmente, non può essere considerato come l'obiettivo strategico di Washington, che l'ha portata ad attaccare così decisamente un Paese di 90 milioni di abitanti, con quasi un milione di soldati, con una capacità missilistica che, probabilmente, per quantità e qualità, sembra non essere così deficitaria come gli attaccanti prevedevano e, soprattutto, con una volontà di resistenza che, probabilmente, non era stata messa in conto. Il tutto posizionato in una delle aree strategicamente più delicate del globo, in quanto ago della bilancia degli interessi economici, finanziari ed energetici di una buona parte delle Nazioni del mondo, comprese alcune tra le più importanti in ambito internazionale, come il Giappone, l'India e, in particolare, la Cina, che sembra essere quella maggiormente colpita.

Indubbiamente, si potrebbe anche pensare che, tanto per cambiare, come già capitato in Corea, Viet Nam e, più recentemente, Iraq, Afghanistan, Libia e Siria, da parte americana ci possa essere stata un'errata valutazione nella fase di pianificazione di questa guerra, negli aspetti sia militari che politici.

Tuttavia, in merito ai primi, va ricordato però che qualcuno c'è stato che ha esternato a Trump tutti i problemi che avrebbe comportato questa operazione. Infatti, nell'ambito della presentazione al Presidente delle opzioni di attacco all'Iran, che andavano da quello chirurgico a quello di massa, il Gen. John Caine, Capo degli Stati Maggiori Congiunti, ha espresso le proprie perplessità e preoccupazioni, in maniera talmente palese, da attirare l'attenzione dei Media americani, che non hanno esitato pubblicarle. Caine è un alto Ufficiale dell'Air Force, ma è stato anche dal 2021 al 2024 Direttore associato per gli Affari militari della CIA, per cui nella sua carriera non ha trattato solo aeroplani e se ha ritenuto di dover sottolineare l'usura degli assetti aeronavali e il “tappeto corto” delle dotazioni degli armamenti, iin particolare dei missili (Tomahawk compresi), evidentemente i problemi sono reali e condizionanti. E volendo pensare male, ma in maniera realistica, questi sono i gap che sono emersi pubblicamente, ma chissà che cosa d'altro avrà detto realmente Caine a Trump, perché le operazioni militari che sono in corso, al di la' delle dichiarazioni trionfalistiche del Governo, che vanta massacri con i bombardamenti (tranne quello della scuola femminile di Teheran), stanno evidenziando di non riuscire ad essere risolutive, visto che una terza portaerei USA, la “Bush”, sembra ormai orientata a far rotta verso il Mediterraneo, dopo aver concluso l'addestramento pre-rischieramento in Patria.

Risulta quindi indubbio che la parte militare stia incontrando serie difficoltà tra le distruzioni subite dalle basi USA nel Golfo e non solo, tra le esigenze di rifornire le due flotte impiegate che stanno esaurendo le dotazioni, tra la latitanza degli Alleati compresi quelli storici come la Gran Bretagna. Ma soprattutto, incombe il dilemma di un intervento terrestre che, se da una parte risulta sempre più indispensabile per conseguire il cambio della leadership iraniana, dall'altra prospetta uno scenario ad altissimo rischio che gli Israeliani non sono in grado di affrontare e gli Americani, soprattutto al Pentagono, non vorrebbero assolutamente neanche prendere in considerazione.

Infine, il quadro politico che, se possibile, è ancora più complicato, soprattutto se si cerca di comprendere il vero obiettivo che potrebbe essersi posto Trump, avviando questa guerra. Secondo Mike Pompeo, Segretario di Stato nel primo mandato del Tycoon, per cui lo conosce molto bene, lo scopo di Washington, in poche parole, sarebbe quello di cortocircuitare la penetrazione in Medio Oriente di Russia e Cina, costringendo l'Iran a sottomettersi all'influenza americana.

Questa valutazione di Pompeo potrebbe trovare ulteriore accreditamento in un evento di poco tempo fa, a cui i Media nazionali non hanno dato il dovuto risalto e che riguardava l'accordo tra la Cina e l'Arabia Saudita per le forniture di petrolio che, per la prima volta, Pechino ha potuto pagare in Yuan, invece che in Dollari. Una sostituzione, peraltro in linea con uno dei principali intenti dei BRICS, che costituisce ormai da molto una sorta di linea rossa per gli USA, che uno dei suoi partner principali nel Golfo ha però superato, in nome del miglioramento delle relazioni proprio con il principale rivale economico di Washington. 

In effetti, un caso che potrebbe costituire un rischioso precedente e che potrebbe anche valere una guerra come quella in atto, perché per gli Americani, il mantenimento dell'egemonia USA in quest'area è fondamentale, sia per continuare a godere degli investimenti delle cosiddette petro-Monarchie del Golfo sia per confermare il meccanismo finanziario del petro-dollaro, come valuta del mercato internazionale e della riserva mondiale.

Condizioni irrinunciabili per un'economia, come quella americana, che vive una profonda crisi di deindustrializzazione e che patisce di un deficit ormai cronico dei suoi conti con l'estero, che i dazi sembra non riescano a contrastare.

Tuttavia, se Trump faceva conto sulla guerra per conservare o ripristinare tali prerogative economico-finanziarie, si può dire che, sinora, non sembra affatto aver migliorato la situazione. Infatti, con l'avvio delle ostilità, la Cina ha imposto alle proprie banche e istituti finanziari di sospendere nuovi prestiti verso le economie dei Paesi del Golfo, tra cui in particolare Arabia Saudita ed Emirati, rendendo un po' più asfittico il flusso finanziario in quest'area, con il conseguente orientamento di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar di recedere dagli impegni di investimento negli Stati Uniti. Una notizia diramata dal Financial Times che, se fosse confermata, costituirebbe un autentico salasso per l'economia americana.

La guerra sta inoltre azzerando i proventi turistici e, con gli aeroporti sotto tiro, i diritti di scalo dei Paesi del Golfo, che stanno patendo anche una profonda crisi dei loro investimenti immobiliari, con i prezzi che si stanno abbattendo giorno dopo giorno. Una situazione che potrebbe quindi portare ad un deciso raffreddamento nei loro rapporti con Washington che, per il momento, appare come un Alleato fidato ed affidabile per gli scopi di Israele, ma non altrettanto pronto ed efficiente nella difesa degli interessi delle Nazioni che sono sotto i missili ed i droni di Teheran.

E intanto, nei giorni scorsi, Putin ha avuto un contatto telefonico con il Principe Ereditario saudita, capo della più importante petro-monarchia che, tra l'altro, si era riavvicinata all'Iran. Anche Pechino si è attivata, nominando un proprio Inviato Speciale per il Golfo. Due iniziative diplomatiche che potrebbero anche minare l'unità del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, nel tentativo di ridurre l'isolamento iraniano nell'area.

Inoltre, mentre la Russia può assorbire senza particolare contraccolpi questo momento, per la Cina la situazione è ben diversa. Infatti, dopo aver subito l'ondata dei dazi americani sulle proprie merci e, successivamente, l'attacco USA al Venezuela, che ha annullato i rifornimenti petroliferi sud americani (un 5% limitato, ma importante per l'area di provenienza), Pechino non può assolutamente permettersi di perdere anche l'Iran, con il quale ha stipulato pochi anni fa un accordo da 400 miliardi di dollari.

Per evitare questo rischio, ha già attivato anche alcune forme di aiuto militare a Teheran, come quella di fornire supporto informativo, con alcuni suoi assetti di intelligence e potrebbe incrementare il rifornimento di componentistica. Per ora la Cina si sta limitando a questo, ma qualora dovesse verificarne l'insufficienza, è facile presumere che potrebbe aumentare decisamente il suo impegno, con una escalation di difficile definizione, ma di sicuro rischio, anche per le Forze americane.

Pertanto, c'è da chiedersi se Trump si sia realmente reso conto di cosa possa significare mettere con le spalle al muro Pechino, perché sarebbe come mettere con le spalle al muro un Dragone animato da un miliardo e mezzo di Cinesi. E forse, la sua telefonata di un'ora con Putin, potrebbe essere un indicatore che un ruggito del genere, probabilmente, è meglio manco sentirlo.



 

Generale Marcello BELLACICCO

Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” - Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan

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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free Mind

Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1

Marcello Bellacicco

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