Il delicato equilibrio del sistema sanitario regionale sembra aver raggiunto un drammatico punto di rottura. Dopo il recente e infruttuoso incontro tra le rappresentanze sindacali firmatarie di contratto, ovvero Cisl, Fials, Nursind e Nursing Up, e i vertici della Regione Piemonte, lo spettro della protesta si fa sempre più concreto. Di fronte all'assenza di soluzioni tangibili per la cronica carenza di personale e al contestuale taglio delle risorse destinate a retribuire i turni aggiuntivi, le organizzazioni hanno ufficialmente preavvisato le istituzioni della volontà di proclamare lo stato di mobilitazione, annunciando imminenti iniziative di protesta.
I numeri di un'emorragia allarmante
I dati snocciolati durante il confronto sulla riorganizzazione legata al Pnrr restituiscono una fotografia preoccupante: il carico di lavoro aumenta, le risorse economiche si dimezzano e il personale diminuisce. A destare particolare allarme è il calo drastico degli infermieri, che hanno registrato una flessione di cento unità su scala regionale solamente negli ultimi quattro mesi. Al contempo, le nuove strutture previste dalla riforma territoriale, come le Case e gli Ospedali di comunità, necessiterebbero di oltre mille infermieri e cinquecento altre figure professionali.
Invece di stanziare nuovi investimenti, si assiste al drenaggio del personale già in servizio, numericamente insufficiente. I rappresentanti dei lavoratori denunciano fermamente la situazione: "Nessun professionista è più disposto a lavorare oltre l'orario contrattualmente previsto gratuitamente, il senso di responsabilità non può ricadere sempre dalla stessa parte". Un monito severo, soprattutto in vista dell'imminente programmazione delle ferie estive, che rischiano di saltare per molti dipendenti.
Il rischio per gli standard assistenziali
Aprire nuovi servizi senza l'innesto di forze fresche significa, inevitabilmente, intaccare l'efficienza di quelli preesistenti. Nelle corsie ospedaliere, in molti casi, la sicurezza delle cure è a rischio a causa di un rapporto numerico tra pazienti e infermieri ben lontano dai livelli di guardia. Di fronte a questo quadro a tinte fosche, le sigle sindacali avvertono che il tempo del dialogo sterile è ormai esaurito. Senza risposte immediate da parte della giunta regionale e dei vari assessorati competenti, la protesta rappresenterà l'unica strada percorribile per difendere la dignità dei professionisti.
La tenuta del sistema astigiano
Nonostante la burrasca regionale, il nostro territorio riesce ancora a mantenere una certa stabilità, seppur precaria. A fare il punto della situazione locale è Gabriele Montana, segretario territoriale del Nursind Asti. Il sindacalista delinea chiaramente il contesto: "Nella nostra provincia restiamo ancora a galla grazie alla sede universitaria. Qui si laureano 20 o 30 colleghi infermieri ad ogni sessione, circa 50 all'anno, e molti di questi chiedono di avere la possibilità di rimanere ad Asti per poi entrare in Asl At".
La riorganizzazione dettata dal Dm 77 richiede però un ulteriore sforzo. Aggiunge infatti Montana: "Abbiamo comunque la necessità con il prossimo concorso di Azienda Zero di 10 unità sul territorio per dare atto alla trasformazione in essere". Un traguardo che sembra raggiungibile grazie al costante e collaborativo dialogo instaurato tra l'Asl At, i sindacati e le Rsu. L'azienda sanitaria ha infatti assicurato l'assunzione del personale mancante attingendo dalla futura graduatoria. Resta tuttavia l'ombra del costante turnover fisiologico. Conclude amaramente il rappresentante sindacale: "La notizia triste è che comunque cessazioni avvengono quotidianamente a vario titolo: per dimissioni volontarie, trasferimento e pensionamento. Speriamo quindi che nei prossimi anni queste 50 unità all'anno fornite dalla sede universitaria di Asti possano bastare per rimanere a galla".














