Le dimissioni di Maurizio Rasero da presidente della Banca di Asti non sono un atto di responsabilità: sono la resa forzata a un provvedimento della Banca d'Italia, che aveva chiesto formalmente chiarimenti sull'incompatibilità tra la carica di sindaco e quella di presidente di un istituto di credito, fissando il termine a metà settembre. Rasero non si è dimesso per la città. Si è dimesso perché non aveva più alternative.
Ricostruiamo i fatti, perché raccontano con chiarezza un uso strumentale delle istituzioni a fini personali. Rasero ha costruito per anni la propria posizione all'interno della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, per poi farsi nominare, lo scorso 27 aprile, presidente della Banca di Asti su proposta della stessa Fondazione che aveva contribuito a orientare. Un percorso non casuale, ma costruito passo dopo passo, tenendo insieme il ruolo di sindaco, Presidente della Provincia ed infine quello di vertice di un istituto di credito per mesi, nonostante le denunce dell'opposizione. Quando l'operazione ha smesso di reggere di fronte a un'autorità di vigilanza nazionale, l'ha abbandonata.
E qui sta l'ipocrisia più difficile da digerire: presentare questo epilogo forzato come una "decisione personale maturata con grande responsabilità", come una scelta assunta "nell'esclusivo interesse della banca". Non è responsabilità: è il tentativo di riscrivere a proprio favore una storia che i cittadini di Asti hanno il diritto di conoscere per quella che è davvero.
Lo scorso 11 giugno, in Consiglio comunale, avevo depositato una diffida formale proprio su questa incompatibilità. La maggioranza la bocciò con 19 voti contrari, 11 favorevoli e un astenuto, liquidando la nostra denuncia come infondata. Oggi, a quattro mesi di distanza e con danni concreti all'immagine della città, i fatti ci danno pienamente ragione.
Non basta un passo indietro tardivo. Chi ha votato per affossare la nostra diffida, chi per mesi ha difeso l'indifendibile, chi oggi continua a offrire coperture e solidarietà (dalla vice, che sostiene "non è mancato nulla alla città", fino ai gruppi di maggioranza che ancora oggi difendono il sindaco in Consiglio e con i media senza il minimo ritegno) non sono spettatori innocenti. Sono parte dello stesso sistema che ha tenuto Asti ostaggio di un conflitto di interessi per mesi, e che oggi si stringe attorno a chi affonda pur di non ammettere l'errore.
Ai cittadini di Asti chiediamo una cosa sola: Ricordate questi nomi, chi ha usato un ruolo istituzionale per costruirsi una posizione di potere personale e chi lo ha coperto fino all'ultimo giorno utile. Non date più fiducia a queste persone, le istituzioni non sono uno strumento a disposizione di chi le occupa.
Massimo Cerruti capogruppo in consiglio comunale Movimento 5 Stelle














