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Cronaca | 27 febbraio 2019, 14:22

Giovane nigeriana 'schiavizzata' da una connazionale ha ritrovato la libertà grazie ai carabinieri (VIDEO)

La giovane donna, fuggita dal suo Paese alla ricerca di una vita migliore, ha vissuto un lungo incubo nel corso del quale è stata violentemente picchiata e costretta a prostituirsi

Il maggiore Repetto (a sinistra) e il tenente colonnello Breda ritratti a margine della conferenza stampa

Il maggiore Repetto (a sinistra) e il tenente colonnello Breda ritratti a margine della conferenza stampa

Il lungo incubo ad occhi aperti vissuto da Aminah (nome di fantasia, poiché quello reale non è stato reso noto per tutelarne la privacy) ha avuto una svolta all’incirca un anno fa, quando la giovane nigeriana, appena 22enne, si è presentata presso una Stazione Carabinieri della provincia di Mantova denunciando le efferate violenze subite da una connazionale residente ad Asti. Una donna che, inizialmente presentatasi quale volto amico in grado di sottrarla da un destino tragico, si è ben presto rivelata la peggiore delle aguzzine. Ma andiamo con ordine, ripercorrendo insieme i passaggi che hanno portato Aminah dalla natia Nigeria alle strade della nostra città, sulle quali è stata a lungo costretta a prostituirsi.

Dopo il matrimonio del suo villaggio di origine, nei pressi di Benin City, il marito diventò sempre più violento nei suoi confronti a causa di dissidi su quale educazione religiosa impartire ai due figli, oggi di due e quattro anni, arrivando a minacciarla di morte prima di allontanarsi dall’abitazione comune portando con sé i bambini. A quel punto la giovane donna decise di fuggire dalla Nigeria, cercando di raggiungere la madre immigrata qui in Italia. Dove in effetti giunse – dopo essersi affidata, su consiglio del Pastore del suo villaggio, a un’organizzazione che le permise di immigrare clandestinamente – al termine di un massacrante viaggio durato oltre un mese e mezzo che la portò da Lagos, capitale del Paese africano, alle coste libiche. Dalle quali si imbarcò, così come tanti altri ‘disperati’ su un gommone che, nel maggio 2017, venne soccorso nel Mediterraneo.

Insieme agli altri occupanti della barca ‘di fortuna’ la giovane venne portata presso il centro di accoglienza di Crotone, dal quale ben presto fuggì, irretita dalle promesse di una connazionale che le promise di aiutarla, trovandole un lavoro nel nord Italia. Così giunse ad Asti, dove apprese di aver contratto un debito di 25.000 euro con l’organizzazione che le ha consentito di giungere in Italia. Debito pesantissimo, soprattutto per chi come lei non possedeva pressoché nulla, che la sua aguzzina iniziò a pretendere venisse saldato facendola prostituire.

Ogni tentativi di ribellione venne sedato con atti di inaudita violenza e minacce di morte, pertanto Aminah per quasi tre mesi fu costretta a ‘vendersi’ ogni sera nella zona di via Gramsci, ricavando circa 80 euro a sera. Denaro sistematicamente ritirato dalla donna che la sfruttava e che ogni sera la sottoponeva a umilianti perquisizioni per accertarsi che non avesse nascosto del denaro. Oltre che in strada, la giovane donna veniva costretta a prostituirsi anche nell’appartamento della zona di corso Casale in cui viveva con la sua sfruttatrice e il compagno di quest’ultima. Finché un giorno, con la complicità di un’altra ragazza che si prostituiva con lei, è riuscita a fuggire e raggiungere la madre, come detto residente in un paese del mantovano.

La denuncia raccolta dai militari lombardi è ben presto transitata sulla scrivania del maggiore Lorenzo Repetto, comandante del Nucleo Investigativo dell’Arma astigiana. Gli investigatori dell’Arma, al termine di una lunga e complessa attività d’indagine – coordinata dal dott. Paolo Cappelli della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino – nell’ambito della quale hanno raccolto numerosi elementi comprovanti il racconto fornito dalla ragazza e sono risaliti all’identità della sfruttatrice, hanno ricostruito il complesso puzzle che ha infine portato la dottoressa Ersilia Palmieri, GIP presso il Tribunale di Torino, ad emettere un’ordinanza di custodia cautelare a carico dell’indagata.

Una ventiquattrenne nigeriana che, nonostante la gravità dei reati contestati (ovvero tratta di persone aggravata, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, nonché favoreggiamento della immigrazione clandestina), sconterà questo primo periodo di detenzione agli arresti domiciliari, poiché mamma di una bimba di appena un anno.

L’attività investigativa, conclusasi ieri con la notifica dell’ordinanza e l’esecuzione di alcune perquisizioni domiciliari, ha altresì consentito agli investigatori dell’Arma, che hanno operato con il supporto di unità cinofile del Nucleo di Volpiano (TO), di individuare e porre sotto sequestro un totale di 1,4 chili di marijuana (1,2 kg trovati nell’abitazione della donna e del convivente, i rimanenti 200 grammi in un appartamento attiguo in cui vivono altri tre nigeriani) e porre ai domiciliari anche gli altri quattro soggetti.

"A differenza di quanto avvenuto in situazioni analoghe ha precisato in sede di conferenza stampa il ten. col. Pierantonio Breda, comandante provinciale dell’Arma, che ha illustrato la vicenda insieme al maggiore Repetto –non abbiamo riscontri di riti di tipo religioso per creare 'vincoli' tra l'aguzzina e la donna sfruttata. Solo cattiveria umana e tante botte". “Denunciare simili situazioni – ha poi sottolineato il comandante – è elemento di fondamentale importanza per consentirci di intervenire e porre fine allo sfruttamento”.

‘Bocche cucite’ invece, per quanto concerne eventuali sviluppi investigativi dell’attività, che formalmente si è conclusa con l’arresto dei responsabili. Ciò premesso, visto il modus operandi della triste vicenda, è davvero molto improbabile che si sia trattato di ‘cani sciolti’ non correlati a una più vasta e ramificata organizzazione criminale.

Gabriele Massaro

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