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Sanità | 21 ottobre 2019, 08:39

In Piemonte mancano un migliaio di infermieri

I dati condotti dal sindacato NurSind mostrano che, anche ad Asti il rapporto pazienti/infermieri è tra 10:1 e 15:1

In Piemonte mancano un migliaio di infermieri

Il NurSind, sindacato delle professioni infermieristiche ha reso noti alcuni dati sul repporto pazienti/infermieri che riguardano anche Asti.

"In Piemonte - scrivono - il deficitario rapporto infermieri/pazienti porta ad un rischio di mortalità superiore al 21% (a 30 giorni) nei pazienti chirurgici.

È questo  l’allarmante dato emerso dallo studio registered Nurse forecasting (RN4CAST), sondaggio svolto dal NurSind Piemonte, il sindacato degli infermieri.

I dati emersi da un campione significativo di circa 1.000 infermieri operanti presso i reparti di area medica e chirurgica di tutti i principali presidi ospedalieri del Piemonte, infatti, hanno dimostrato che il rischio di mortalità a 30 giorni dei pazienti chirurgici va oltre 21%  rispetto a quello che ragionevolmente si avrebbe se il rapporto pazienti/infermieri fosse nella misura ottimale di 6:1.

"Ma non è tutto -  continua NurSind - dall’analisi emerge un altro dato preoccupante che si riferisce alle cosiddette “cure incompiute”. Lo studio ha dimostrato come il 41% delle cure infermieristiche risulta incompiuta, ovvero non erogata o erogata parzialmente, con il rischio di inevitabili complicanze per la salute dei pazienti".

Secondo i dati emersi dal sondaggio, in Piemonte il 52% degli infermieri operanti nei reparti di degenza di area medica e chirurgica lavora con un rapporto paziente infermiere uguale o superiore a 10:1. Di questi solo il 16,1% dichiara di lavorare con un rapporto 10:1 mentre il 28,5% si attesta ad un rapporto che va da 10 a 15:1 e il 7,3% addirittura oltre il 15:1

Forti le criticità nella provincia di Torino, dove oltre il 60% afferma di lavorare con un rapporto paziente infermiere tra il 10 e 15:1 e il 10% oltre al 15:1.

Abbastanza uniforme il dato nei grandi presidi ospedalieri di Città della Salute e Città di Torino, ma anche in provincia i dati non cambiano: Rivoli, Chieri, San Luigi, l’Asl-To4 spiccano per maggiori difficoltà.

In testa, per un migliore rapporto paziente infermiere, si colloca invece la provincia di Biella. Il rapporto paziente infermiere nei reparti di degenza di area medica e chirurgica va da un lusinghiero rapporto ottimale 6:1 ad un massimo di 9:1.

Percentuali per niente confortanti nelle altre province. Guardando in casa nostra, ad Asti, la quasi totalità degli infermieri che lavora in queste aree lo fa con un rapporto tra 10:1 e 15:1.

“La carenza di infermieri – afferma Gabriele Montana, segretario territoriale NurSind Asti – affligge l’Italia a livello nazionale. In Asl-At abbiamo già una carenza di 20 infermieri, ma la situazione è ancor più grave se si pensa al rapporto ottimale 6:1 da perseguire. In questo caso la carenza cronica di infermieri in pratica raddoppierebbe”.

Ad Alessandria lo stesso, con alcune situazioni che superano il rapporto 15:1 cosi come nel VCO.  Non va meglio nelle province di Cuneo, Vercelli e Novara dove il rapporto infermiere paziente in questi reparti fatica a scendere sotto i 10:1.

Solamente lo scorso anno veniva pubblicato un sondaggio che evidenziava solo uno dei potenziali rischi che un rapporto elevato paziente infermiere può determinare. Lo studio dimostrava chiaramente come l‘83% degli infermieri (molto spesso) non potevano rispettare le raccomandazioni ministeriali e i protocolli aziendali previsti per ridurre il rischio di errore durante la somministrazione della terapia. Il 57% diceva che il tempo dedicato non era adeguata e l’89% dichiarava che durante la somministrazione è sistematicamente interrotto. Questo solo per elencare alcuni dei tanti dati emersi dall’analisi.

“E’ evidente – afferma Francesco Coppolella, segretario regionale del NurSind – che per arrivare ad un rapporto paziente infermiere adeguato a tutelare la salute del cittadino mancano all’appello ancora qualche migliaio di infermieri in Piemonte, senza dimenticare che non sono solo queste aree ad essere deficitarie per dare risposte ai bisogni di salute della popolazione, basti pensare ai pronto soccorso, all’assistenza domiciliare, ecc. E’ necessario – prosegue Coppolella – una volta per tutte stabilire un metodo di calcolo per definire il fabbisogno delle dotazioni organiche che non siano solo la conseguenza di calcoli economici. Questo anche per garantire pari cure a tutti i cittadini delle varie province, dei differenti ospedali e dei diversi servizi, vista anche le congrue differenze che emergono. Chiediamo – conclude il segretario regionale del NurSind – assunzioni e reali piani di fabbisogno. Ci vengono richieste competenze avanzate e noi infermieri diciamo che siamo pronti a dare risposte a questo bisogno con un adeguato riconoscimento”.

Redazione

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