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Economia e lavoro | 16 aprile 2020, 07:57

Coronavirus, il mondo delle sartorie morde il freno. E chi può, si riconverte per fare mascherine

Calabrò (Cna Federmoda): "Non far ripartire tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature significa condannare alla chiusura migliaia di imprese"

Coronavirus, il mondo delle sartorie morde il freno. E chi può, si riconverte per fare mascherine

Il viaggio tra le professioni che sono cadute vittima del Coronavirus non può non fare tappa nel mondo della moda. E più in particolare in quello delle sartorie, rimaste di fatto tagliate fuori da qualunque tipo di attività e che, almeno al momento, non sembrano nemmeno sul trampolino per poter ripartire.

A lanciare l'allarme è Cna Federmoda Piemonte, con la sua presidente Rossella Calabrò, anche vicepresidente di categoria a livello nazionale.

Non considerate attività essenziali, questo tipo di laboratori e di negozi è rimasto al palo. E nell'ampliamento citato nei giorni scorsi dal Governo, pur parlando di Made in Italy, la manifattura della moda non è comparsa tra le filiere considerate strategiche. Un errore, secondo Calabrò: "Non far ripartire le filiere del tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature significa condannare alla chiusura migliaia di imprese che hanno in portafoglio ordini per la stagione autunno-inverno 2020/2021 che non potranno soddisfare, perdendo clienti e mercati faticosamente conquistati e rischiando di essere così estromesse delle catene globali del valore".

Sono diverse le sartorie e le imprese tessili anche ad Asti e Provincia.

In tutto il Piemonte, il comparto vale 6,8 miliardi, conta 4.866 imprese e 40mila addetti. Esporta per più di 3 miliardi di euro di giro d'affari. In questo ambiente, però, le moltissime sartorie spesso sono ditte individuali - di eccellenza, ma fragili da un punto di vista economico - che non possono continuare a rimanere ferme.

"Fin dai primi giorni, tante persone si sono rivolte a noi - dice Mioara Verman, titolare di una sartoria che in questo momento sta soffrendo gli effetti della chiusura - e anche se non siamo un servizio essenziale, sicuramente siamo utili e possiamo renderci utili. C'è chi ci ha contattato per avere mascherine, ma non solo".

E aggiunge: "Organizzandosi bene, con appuntamenti e orari precisi, attività come le nostre possono lavorare in piena sicurezza. E già di solito non siamo realtà in cui si affollino i clienti. Speriamo che dal 4 di maggio ci diano il via libera, così da poter riprendere: siamo pronti ad adottare e garantire tutte le misure necessarie, compresi gel, disinfettanti e altri materiali, sempre che ci mettano nelle condizioni di reperirli".

"Siamo stati stravolti e investiti - racconta Roberta Neri, titolare di un laboratorio di sartoria che con i suoi 4 dipendenti sta producendo mascherine nel progetto nazionale - e spero che questo possa contribuire a ridare la giusta attenzione a un settore spesso sottostimato e bistrattato, anche a causa di concorrenze straniere che abbattono il valore del nostro lavoro".

Redazione

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