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Economia e lavoro | 20 gennaio 2023, 09:50

Casa di Riposo Maina. Una storia tutta italiana (e astigiana). Lettera aperta di un cittadino

"Nessun investimento, tante promesse e lo spettro costante del privato che riesce a fare utili laddove il pubblico fallisce"

Un'immagine emblematica delle oss che se ne vanno dal Maina

Un'immagine emblematica delle oss che se ne vanno dal Maina

In molti hanno cercato di riscrivere un finale già scritto. I dipendenti, in primis, che hanno protestato e manifestato, i sindacati e una parte della cittadinanza. Ma in questo finale quello che è più evidente è che si è fatto troppo poco. Tutti. Per l’ennesima volta ci troviamo a raccontare una storia che potremmo dire tutta italiana.

Perché per demolire istituzionalmente una delle case di riposo più grandi d’Italia richiedeva impegno. E ci siamo riusciti. In un paese dove il termine bipartisan lo si utilizza a sproposito, in questo caso si è palesato nella sua accezione più negativa. Una inefficienza bipartisan, forse colposa ma più probabilmente dolosa, volta a “spaccare” pezzo per pezzo una struttura che poteva essere il fiore all’occhiello del socio sanitario astigiano.

Nessun investimento, tante promesse e lo spettro costante del privato che riesce a fare utili laddove il pubblico fallisce. Eppure parliamo di anziani, fragili, le persone che in molti casi ci hanno cresciuto e si sono presi cura di noi quando ne necessitavamo.

Il“Maina” , in questo contesto, non intenerisce e non scalda molto gli animi della cittadinanza astigiana. 

Viviamo in un paese dove per decenni un istituto pubblico può essere gestito talmente male da portarlo ad un buco immane di bilancio eppure non vi sono colpevoli.

Non c’è sinistra e destra in questa vicenda, solo ed esclusivamente la sana tristezza e incompetenza che da troppo tempo accompagna la vita politica del nostro paese.

Ora non resta altro che sperare che gli ospiti siamo trattati nelle nuove strutture con la dignità dovuta e si restituisca dignità ai lavoratori che si sono dedicati, spesso in carenze di organico, all’assistenza di queste persone.

E se un giorno gli autori di questa triste storia italiana durata decenni vorranno chiedere scusa, sarà un primo passo per riconoscere quanto di bello ci sia in un sociale e sanitario veramente pubblico.

Enrico Cerrato

Al direttore

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