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Copertina | 03 febbraio 2024, 00:00

Storie di Orgoglio Astigiano. Barbero, dal 1838, con il torrone più buono del mondo: "L'Astigiano? È come il Parmigiano, gli serve tempo per maturare, per capire"

Giovanni Barbero è pater familias di un'azienda storicamente radicata nell'Astigiano, che oggi ha clienti in tutta Italia e nel mondo. I più appassionati del torrone astigiano? I coreani!

Per accompagnarti nella lettura di questa intervista ti consiglio la canzone Imparare ad amarsi, di Ornella Vanoni, contenuta nella playlist "Orgoglio Astigiano" su Spotify

 

Delizie in ogni parte, storici ritagli di giornale, stampe segnate dal tempo e un imponente volume che racconta le prime pagine de "La Gazzetta dello Sport". 

Entrare nel laboratorio di Barbero ad Asti in via Brofferio è un'esperienza immersiva, che parla alla parte più animica di ognuno di noi. L'infanzia, le corse per uscire da scuola, la merenda con i compagni, la leggerezza. È curioso pensare a quanto possano sapere di casa luoghi che, in fondo, concretamente casa non sono.

Giovanni Barbero è il pater familias di questa realtà incredibile, conosciuta in tutto il mondo, che porta in alto il nome dell'Astigiano.

Un po' di storia

L'azienda Barbero è uno stabilimento vestito di storia, condotto da Giovanni Barbero e Davide Maddaleno, i maestri del torrone.

Una delle più antiche aziende artigianali italiane a conduzione familiare. Cerco di farmi spiegare la storia, ma Giovanni mi sorprende. Prende un bigliettino e inizia a scrivere. 

Mi dice che l'avventura imprenditoriale della famiglia inizia in realtà nel lontano 1838 (e non nel 1883), anno in cui l’antenato Filippo Barbero esercita la professione di confetturiere e “prestinaio” a Mombercelli. Mi racconta che il parroco del paese sapesse tutto o quasi della sua famiglia e che, grazie a lui, oggi quel bigliettino è una certezza. 

Sulle orme del padre, nel 1883 il figlio Melchiorre ottiene la licenza per la vendita di torroni e “noasetti”, ufficializzando la nascita della ditta. Anno dopo anno l’attività dolciaria cresce in modo significativo e si sposta ad Asti in via Cotti Ceres. Nel 1953 Davide Barbero decide di trasferire l’azienda nel centro cittadino, all’interno di una vecchia fabbrica dove venivano prodotti cicli e motocicli Gerbi. Qui, con il matrimonio di Davide e Paola Gerbi, figlia del ciclista Giovanni Gerbi, nasce l’intreccio tra le due famiglie. 

Sulle scale che portano ai piani superiori oggi c'è il ritratto del nonno, Giovanni Gerbi, il ciclista soprannominato Diavolo Rosso, che nei primi del Novecento ebbe una splendida carriera in sella alla sua bici. Nelle conche che mescolano miele e albumi, mandorle e nocciole, prende vita una massa perlacea e profumata. Il tesoro della Barbero attende al secondo piano, nel laboratorio del torrone.

Che rapporto ha con l'Astigiano, con le nostre terre?

Un rapporto ottimo. Quando arrivano turisti da noi cerchiamo di trattarli nel modo migliore, così che, quando vanno via, abbiano un bellissimo ricordo di noi, delle nostre terre. Devono tornare a casa entusiasti. Il territorio per noi è fondamentale: abbiamo seguito la traccia che ci hanno lasciato i nostri, sia per i prodotti che per il loro uso. Miele, nocciole, uova, per continuare così con la filiera del territorio.

Lei ha un attaccamento incredibile a queste terre, nonostante abbia clienti in tutta Italia e in gran parte del mondo

Sì, tengo molto a questo territorio, ma certamente ci siamo aperti all'Italia e al mondo, anche dal punto di vista sinergico. Mio nipote, ad esempio, a Massa, ha un amico che produce il limoncello, con cui abbiamo fatto squadra per cercare di unire i nostri prodotti di punta e creare un qualcosa di unico. 

Ha detto una parola chiave. Sinergia... Quanto è importante riuscire a farla?

È fondamentale, anche se l'Astigiano fa fatica, ma è abbastanza normale. L'Astigiano è come il Parmigiano, deve maturare. Ed è solo invecchiando che si apprendono le cose. È una questione di tempo, sa? Il tempo matura e trasforma le cose in maniera positiva, bisogna dare tempo al tempo.

La pazienza

Giovanni mi serve sul piatto questo discorso mettendomi davanti anche un torrone morbidissimo. Mi lasciano senza fiato entrambi. Quello che mi dice e il modo con cui me lo dice mi ricordano il discorso che mi fece, il mese scorso, Mario Mairano (QUI l'intervista in Copertina). L'importanza del dare tempo alle cose affinché maturino a dovere, la pazienza di veder fiorire senza schiacciare il piede sull'acceleratore. Senza bruciarsi. Valori di un tempo lontano che, in una società che va sempre più di fretta, sono preziosi come gemme rare. Insegnamenti da custodire, che risuonano impopolari alle orecchie di molti ma che, forse, rappresentano il punto di partenza per interrogarsi su quanto possa essere arricchente tornare al passato per leggere al meglio il nostro presente. Noi che, ormai, abbiamo l'impazienza nel Dna, che facciamo un viaggio con la testa al prossimo, che gustiamo un piatto con la fotocamera del telefono e non con le papille, che vogliamo tutto subito e quando lo abbiamo davvero lo gettiamo via nel cumulo delle cose vecchie, sognando già qualcosa di nuovo. Noi che non ripariamo più nulla, ma compriamo ex novo, noi che dobbiamo farci vedere iperperformanti in ogni sfera della nostra vita, pur di coprire le nostre cicatrici. Noi che siamo vasi caduti già tante volte, pieni di crepe, che continuiamo a vergognarci di ciò che siamo, vendendoci come nuovi. Per tutte quelle cicatrici ci abbiamo messo una vita, ne dobbiamo andare fieri.

Il ricordo più bello che ha, professionale e personale?

È una domanda difficile. Le direi che ho avuto la fortuna di trovare un grissino da ricoprire con del cioccolato. E quell'invenzione mi ha dato grandi soddisfazioni.

Ce lo dice il segreto del suo torrone?

Eheheheh (ride, ndr.). Non lo dica a nessuno... è il sentimento!

Come è cambiato il suo mestiere nel corso del tempo?

È cambiato diventando più difficile, soprattutto per via delle nuove normative, che hanno reso più complesso interfacciarsi con la clientela. Anche i macchinari sono cambiati molto, anche se il torrone noi continuiamo a farlo con quelli tradizionali. Non le dico quando le macchine di adesso fanno i loro capricci elettronici. È così difficile rimetterle sulla retta via!

Cosa consiglia alle nuove generazioni?

I giovani, se sono interessati a imparare davvero un mestiere, stando insieme agli anziani possono davvero capire tanto. Se hanno buona volontà e costanza, ingredienti fondamentali di qualsiasi ricetta.

Mi racconta il momento più difficile del suo percorso?

L'alluvione del 1994. Me la ricordo come se fosse adesso. Attraversando la prima volta via Cavour era tutto asciutto, al secondo giro l'acqua mi ha riempito gli stivali. Ero molto sconfortato nel vedere i danni di quell'evento, il serbatoio del gasolio sollevato.

Quanti lavoratori conta, ad oggi, l'azienda?

Abbiamo 60 agenti di commercio in tutta Italia, abbiamo importatori in tutti i Paesi, mentre come lavoratori ne abbiamo una ventina, ma con il picco degli stagionali arriviamo a 40.

Il paese nel mondo in cui vendete di più?

Negli ultimi due anni è diventata la Corea. Anche se queste guerre di oggi non danno affatto sicurezza. Serve essere molto prudenti, glielo dico sempre a mia figlia Allegra e ai ragazzi.

Essere creativi

Nell'iniziare la fase dei saluti e dei ringraziamenti, chiedo a Giovanni quanti anni abbia.

"Sono del 1952. Barbero Giovanni, nel fiore degli anni. Sa, sono un creativo, e la creatività è il motore della vita".

Elisabetta Testa

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