Una riforma costituzionale approvata in modo rapido, senza un vero dibattito pubblico, e ora sottoposta al giudizio dei cittadini attraverso un referendum confermativo. Di questo si è parlato ieri alla Casa del popolo, durante una conferenza finalizzata a spiegare le ragioni per cui votare “No” al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Intervenuti Rita Sanlorenzo, avvocata generale presso la Procura generale della Corte di cassazione, Paolo Rampini, giudice e presidente del Tribunale di Alessandria e Mario Renosio, presidente dell’Anpi provinciale di Asti.
“La separazione delle carriere è già realtà: questa riforma guarda altrove”
“Come è possibile che si possa arrivare a una modifica della Costituzione senza che si senta il bisogno di discutere pubblicamente di una modifica così sostanziale che va a cambiare gli equilibri dell'Italia?” si è domandata Rita Sanlorenzo, sottolineando come la proposta Meloni-Nordio sia passata in maniera molto veloce e burocratica, senza che si sia potuto apportare nessun emendamento a quel testo originale.
“È legittimo che i cittadini vogliano saperne di più, perché l’impatto della materia è molto difficile e il linguaggio tecnico rischia di allontanare”, ricordando che quello in programma non è un referendum abrogativo, ma confermativo e dunque senza quorum.
Secondo Sanlorenzo, parlare di separazione delle carriere come centro della riforma è fuorviante, definendola una “truffa delle etichette”. Questo perché in Italia una distinzione tra giudici e pubblici ministeri esiste già, con limiti stringenti al passaggio da una funzione all’altra e soltanto nei primi dieci anni di carriera.
Lo smembramento del Csm e il sorteggio: “Un'assurdità senza precedenti”
“Non è la riforma della giustizia, è la riforma della magistratura. Sopratutto della magistratura nei confronti della politica”. Forte negazione alla retorica che dipinge giudici e pubblici ministeri come un corpo compatto e colluso: “È macchiettistica l’immagine del giudice e del Pm che vanno alla macchinetta del caffè e decidono le sorti di un processo. Nessuna amicizia nei confronti dei colleghi, può far cambiare nel momento della decisione, a meno di essere un truffatore o un delinquente. È un’idea che umilia e scredita”, ha recriminato Sanlorenzo.
La riforma prevede lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – e la sottrazione della funzione disciplinare, affidata a una nuova Alta corte: “Da un organo ne facciamo tre, così le finanze pubbliche si troveranno ad affrontare le spese conseguenti, e non saranno da poco. Si parla di 90-100 milioni di euro annui”.
Scelta che, secondo Sanlorenzo, non solo moltiplica gli organismi, ma introduce un elemento critico: mentre i membri provenienti dalla politica continueranno a essere eletti dal Parlamento, i magistrati saranno scelti tramite sorteggio. “Da nessuna parte si tira a sorte per far parte di un organo che è tipicamente rappresentativo”- denunciando il rischio di delegittimare e indebolire l’autogoverno della magistratura.
L’Alta Corte disciplinare che sarebbe istituita in caso di vittoria del sì, avrebbe lo scopo di giudicare i magistrati accusati di comportamenti scorretti. Attualmente questa funzione spetta al Csm, con possibilità di ricorso in Cassazione come per tutti i cittadini. La nuova Alta Corte prevede invece solo due gradi di giudizio interni, senza appello alla Suprema Corte.
“Quello che non si prevede è una garanzia che la nostra Costituzione riserva a tutti: la possibilità di ricorrere in Cassazione - ha spiegato Sanlorenzo - anche in questo caso, c'è una dimostrazione di discriminatorietà verso i magistrati”.
L'ironia è che la giustizia disciplinare dei magistrati funziona già: il caso Palamara, spesso citato dai sostenitori della riforma, ne è la prova. Luca Palamara, ex consigliere del Csm, fu intercettato nel 2019 mentre discuteva con esponenti politici la nomina del procuratore di Roma e altre nomine apicali. “Tanto male non funziona la giustizia disciplinare dei magistrati se questo magistrato è stato radiato dalla magistratura”, ha osservato Sanlorenzo.
“Il paradosso - ha fatto notare Mario Renosio - è che oggi Palamara vota per il Sì al referendum, così come un altro magistrato radiato, Nardi, che è addirittura portavoce del comitato per il Sì: ci sarà una ragione per cui votano per il sì dopo che sono stati radiati e dopo quel che hanno fatto?”
Una magistratura “con le mani legate”
La riforma non affronterebbe i veri problemi della giustizia: lentezza dei processi, costi, difficoltà di accesso: “Questa riforma non ne affronta uno. Non tocca l'attività dei giudici direttamente, non accelera i processi, non li rende meno costosi, non semplifica la situazione, al massimo la complica”, lamenta Rampini.
Un esito che rischia solo di aumentare la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni: “Il cittadino andrà a questo referendum con delle speranze, ma quando si accorgerà che tutto questo non cambia nulla nella sua vita concreta, proverà un ulteriore senso di lontananza dalle istituzioni”.
Renosio ha sollecitato alla mobilitazione: “Il nostro compito è quello di impedire che si ritorni legislativamente al ventennio e il primo passo è quello di votare no a questa riforma, che riforma non è definibile e che non migliora nulla. È importante che ognuno di noi faccia proselitismo”.



















