Storie che si intrecciano possono nascere nello stesso luogo, anche a distanza di anni. Altre volte a unire non è lo spazio, ma la lotta per gli stessi valori, che si tramanda nel tempo.
Que viva la plaza, primo evento dell’anno firmato Jungla Urbana, ieri alla Casa del popolo ha messo a confronto generazioni ed esperienze diverse, dal ’68 a oggi: politici, attivisti, lavoratori e studenti hanno condiviso le proprie esperienze - con la moderazione di Mauro Bosia, amico e talvolta collega degli ospiti - mostrando come storie apparentemente lontane sappiano parlarsi fra loro.
La resistenza in un bosco
L’attrice Lorenza Zambon ha aperto l’incontro raccontando una storia recente: durante l’autunno del 2024, a Gallarate, un bosco incastrato tra ferrovia e autostrada in via Cortatone, stava per essere spianato. Un gruppo di attivisti in poche ore aveva occupato la zona, alcuni arrampicandosi anche sugli stessi alberi, bloccando i lavori. “Si era deciso di fare un presidio ogni giorno per proteggere il bosco ma anche i ragazzi dalle forze dell’ordine”, narra Zambon. I ragazzi erano aiutati genuinamente dai vicini del posto: ritiravano i vestiti per lavarli, offrivano le proprie case per la doccia, fischiavano quando arrivava la polizia.
Il 3 ottobre, alle 4:30 del mattino, arriva il messaggio nella chat: “Stanno arrivando”. Alcuni di loro si precipitano al posto: poliziotti, esercito in tuta mimetica, unità cinofile. Piove anche, diluvia. Iniziano così le operazioni di taglio: tagliati anche gli alberi intorno ai ragazzi che sono ancora sopra le piattaforme. Dall’alto i giovani gridano: “Ma noi siamo qua, ci fate cadere gli alberi addosso!”, secondo la testimonianza, uno degli agenti avrebbe risposto: “È questo il bello”.
Una ragazza era stata arrestata, solo il suo processo è stato attualmente svolto: aveva dato un calcio un agente della Digos (le furono concesse il massimo delle attenuanti per l’alto valore ecologico e sociale delle azioni compiute).
Poi sono stati arrestati tutti gli altri, ma c’è stato un momento prima: “Era stato chiesto al questore di non portarli via subito e in quel momento si sono abbracciati tutti. C’era stata la paura, l’intimidazione, ma in quell’abbraccio lì c’è stato proprio il conforto”.
Il ’68 ad Asti
Filippo Martinengo, 77 anni, ha portato la memoria delle origini del movimento studentesco. “Secondo me erano generazioni percorse da un’insorgenza che nasceva da fattori sociali complessi. Eravamo baby boomers, subivamo l’influenza dell’americanizzazione”.
Ad Asti – spiega – a differenza di Torino, non ci fu uno sviluppo del movimento studentesco così caratterizzato. Tuttavia “era un movimento che aveva parecchi aderenti, era abbastanza forte nelle scuole. Ci furono vari scontri, varie iniziative collettive contro la didattica di tipo autoritario”.
La loro principale rivendicazione? “Era una questione che si è sposata abbastanza rapidamente con la politica. Era una tendenza giovanile, di studenti e giovani operai, che era mondiale, con matrici che partivano dalle stesse sorgenti, anche se con diversità”.
Claudio Caron, 75 anni, ha raccontato l’organizzazione studentesca nei periti. “Nei periti industriali c’erano sostanzialmente figli di operai, contadini e poco più”. Suo padre aveva iniziato a lavorare in un edificio a 14 anni e speravano ovviamente in un futuro più agiato per lui, ottenibile solo con lo studio. Avevano creato un collettivo comunista di circa 140 su 700 studenti e l’interesse era l’esperienza operaia dei consigli di fabbrica. Ricorda Caron: “I consigli di fabbrica eleggevano gruppo per gruppo di lavoro i propri delegati dentro una struttura sindacale o in forma autonoma.”
Così l’organizzazione aveva formulato una nuova ipotesi: “Ogni classe avrebbe dovuto eleggere tre delegati, costituendo il consiglio dei delegati dei periti industriali. Sarebbe stato il consiglio a prendere le decisioni importanti”. Quando i professori hanno cercato di contestare questa forma di organizzazione, la risposta è stata democratica: “Ragazzi, si vota. Chi vota per il consiglio dei delegati, chi vota per il preside e per i professori. Indovina chi vinceva? Vincevamo noi e subito dopo si dava avvio alle manifestazioni”.
Sul rapporto con la violenza: “Quando la polizia tentava di tenerti in una condizione di sudditanza o di non lasciarti fare quello che volevi fare, si reagiva. E sono capitati degli scontri. Con i fascisti invece ci picchiavamo veramente”.
Giovanni Pensabene, 64 anni, sente di essere nato comunista: “Da noi gli operai non c’erano, le fabbriche nemmeno L’ingiustizia sociale la vedevi sul lavoro dei contadini, di chi lavorava la terra e faticava a portare a casa quello che era necessario per campare, per vivere una vita dignitosa. E chi invece sul lavoro di questi contadini ci campava.” Un senso di ingiustizia sociale che lo ha portato ad avvicinarsi alla politica. Pensabene ha ricordato di aver fatto politica dai 14 anni in avanti, continuando all’università con le lotte per il diritto allo studio.
L’autonomia degli anni ’80 e ’90
55 anni, Filippo Mossino ha portato la testimonianza di una generazione intermedia, quella formatasi tra gli anni ’80 e ’90.
“Eravamo un gruppetto, ci trovavamo sulle panchine. Ascoltavamo la musica punk, metal”.
Formarono un’associazione chiamata Contrasti, con sede operativa in via 20 settembre, al tempo sede della Fgc: “politicamente eravamo distanti, ma ascoltavamo la stessa musica”.
Erano frequenti le occupazioni: ricordate una del consiglio comunale durante il mandato del sindaco Galvagno e uno spazio per farne un centro sociale: “siamo stati sgomberati due volte. Alla fine abbiamo disoccupato volontariamente, lasciando sui muri scritte come ‘sì ai centri sociali per tutti’”.
Mario Malandrone, 53 anni rappresenta il ponte tra l’impegno sociale cattolico e i movimenti altermondialisti.
Un percorso iniziato con attività educative nel quartiere, marginalmente collegate alla parrocchia per poi iniziare negli anni ’90 a lavorare con la Caritas.
Il salto verso la politica avviene con la conoscenza di Carlo Sottile, storico attivista della sinistra astigiana: “C’erano alcuni militanti tra noi, come Carlo, che era sia militante per il coordinamento Asti Est, ma anche militante di un partito”. Il suo rapporto era però critico: “Non mi piacevano i partiti, non mi piaceva come agivano. Ero molto più autonomo”.
“Cosa volevate voi del movimento del G8?” chiede Bosia. “Il movimento del G8 è stato un movimento che negli anni ha anticipato una serie di tematiche. Era un movimento solidale sui problemi che ci siamo ritrovati in Italia e anche in altri posti del mondo. Era un movimento internazionale”.
Sulla possibilità di riproporre un Social forum oggi, Malandrone è pragmatico: “Non so se lo riproporrei, però ogni volta che facciamo rete per una questione, come il referendum ad esempio, penso che ne replichiamo gli stessi meccanismi”.
42 anni, Samuele Gullino arriva dal mondo dei centri sociali: “Ho sempre cercato aggregazione, socialità. Non riuscivo a stare in certe posizioni, trovavo un’apertura invece nel centro sociale”.
Il centro sociale di Bra, il Babylon, era composto per metà da anarchici e per metà da autonomi: “Poi, indipendentemente dallo sgombero, c’è stata una crisi”.
Le due grandi battaglie di Gullino sono state il diritto alla casa e la TAV, parlando di quest’ultima: “La chiave è stata tenere insieme comunità distinte, tutta la Val di Susa è stata coinvolta”.
Anche lui autonomo, ma con interesse per la politica: “Ho sempre osservato le correnti di Rifondazione comunista, ma l’idea iniziale era in ogni caso di costruire in primis una base cosciente, consapevole delle lotte quotidiane. Solo dopo si può parlare di partito.”
Nuove generazioni
Vittoria Briccarello, 32 anni, rappresenta una generazione cresciuta su battaglie diverse: “Alle superiori, avevo seguito degli incontri organizzati dalla CGIL. Si parlava di orientamento sessuale e identità di genere. Ho sentito mi stessero comunicando qualcosa e mi sono sentita capita”. Da lì è iniziata la sua attività di piazza con alcuni presidi.
Il fine della militanza? “Penso che una persona deve essere consapevole di chi è, di cosa rappresenta, ma soprattutto consapevole di cosa gli sta attorno”.
Un limite viene riconosciuto: “Rispetto ad altri che hanno parlato prima, noi riusciamo ad avere una buona presa nella classe media progressista, studentesca e non, ma nei figli degli operai come chi parlava prima meno. Probabilmente perché risentiamo di una serie di politiche nazionali che, rispetto a quelle dette all’inizio, hanno preso le distanze dai padri degli operai da almeno vent’anni, e siamo debitori di questo”.
Sara Diena – “importata da Torino”, scherza Bosia – ha 25 anni ed è consigliera comunale.
La sua attività inizia con Libera, i Fridays for future negli gli ultimi anni di liceo e le Sardine, un movimento attivista e apartitico, che le ha permesso di iniziare ad avere un po’ di visibilità.
“Nel 2021 mi hanno proposto di candidarmi, io non volevo. Poi con il gruppo di Fridays abbiamo pensato che potesse essere un’occasione interessante per avere un altro spazio di azione… e sono stata eletta”.
Per Diena la chiave è non perdere il contatto con la piazza, in particolare sulla manifestazione per l’Askatasuna di sabato scorso: “Cerco di interagire normalmente sia con i miei amici che hanno messo le foto degli scontri, sia con quelli che parlano di infiltrati. Può permettersi di dire che non trova strategica una determinata pratica di lotta chi in nella piazza ci va tutti i giorni, se lo deve dire una persona che non scende in piazza da dieci anni…”.
“Pensi di far ancora parte dei movimenti?” - domanda Bosia - “Non più. Sento di poter parlare a quattro occhi con le persone con cui scendo in piazza, ma non pretendo di essere il loro megafono. Poi se mi capita anche di esserlo ogni tanto sono felice”.
Andrea Passantino, Sergio Marello e Oliviero Marchiando, 17, 20 e 21 anni, vengono presentati da Mauro Bosia come coloro che si sono maggiormente mobilitati per le manifestazioni sulla Palestina.
“Mi sono avvicinato perché interessato ad un’azione umanitaria per i palestinesi – spiega Sergio – ora si sta cercando di creare un movimento, ma non è facile”, riconoscendo siano poche le persone della sua generazione ad essere educate alla politica.
Il senso di comunità è però sentito da Oliviero: “Ho percepito una lotta non solo giovanile alla manifestazione per la Palestina di ottobre”, pur riconoscendo la mancata riuscita nel tessere un canale continuativo con quei partecipanti.
Andrea, grazie ad amici di Torino, si è avvicinato alla politica: “Lì ci sono numerosi collettivi e mi ci sono avvicinato, andando anche alle loro assemblee”, una scelta motivata dal sentirsi per la prima volta parte di un gruppo.
Forme diverse, generazioni distanti e linguaggi che cambiano. Ma una costante: l’organizzazione dal basso, la forza del collettivo, la consapevolezza che gli strumenti formali della democrazia, da soli, non bastano. Ce lo ricorda anche Mauro Bosia, nel mettere un punto all’incontro: “Forse avranno ragione quelli che stanno nelle istituzioni, forse gli autonomi. In ogni caso noi abbiamo il dovere storico e morale di combattere per la giustizia sociale e per un mondo migliore. Investiamo le nostre energie per convincere chi non lo ha ancora fatto, che serve mobilitarsi. E serve farlo adesso”.

















