Tre uomini, due Enrico e una provincia da raccontare: no, non è un errore di battitura, è proprio così. Tre uomini e una provincia parte già con un piccolo corto circuito linguistico e prosegue con un’idea semplice quanto efficace: raccontare l’Astigiano senza prendersi troppo sul serio, ma prendendo sul serio il territorio.
Enrico, Jacopo ed Enrico (di nuovo, sì) girano paesi e borghi con uno stile diretto, giovane e senza troppi fronzoli. Si scende dal treno – metaforicamente e a volte anche davvero – e ci si ritrova in posti come San Paolo Solbrito, dove tra una chiesa, un labirinto inaspettato e una stazione “fantasma”, il racconto si muove leggero ma mai superficiale.
Per capire meglio da dove nasce tutto questo, abbiamo parlato con Enrico Marocco, uno dei fondatori.
Com’è nato il progetto?
Intanto ci fa davvero piacere che qualcuno si interessi a quello che facciamo. Noi siamo tre ragazzi della provincia di Asti: io sono di Cantarana, l’altro Enrico è di Ferrere e Jacopo è tra Villafranca e Asti. Circa un anno fa abbiamo deciso di mettere insieme le nostre competenze e soprattutto la nostra passione per il territorio"
Cosa vi ha spinto a partire?
Abbiamo viaggiato, visto altre realtà, anche all’estero. E ci siamo resi conto che l’Astigiano ha tantissimo da offrire, ma è poco valorizzato. C’erano anche dei dati sulle province meno visitate d’Italia e Asti era tra queste. Da lì ci siamo detti: perché non provare a raccontarla noi, a modo nostro?
Il vostro è un racconto diverso dal solito. Era voluto?
Sì, volevamo cambiare un po’ il modo di comunicare il territorio. Spesso è molto istituzionale, distante. Noi abbiamo cercato qualcosa di più diretto, più vicino alle persone. Un linguaggio che potesse arrivare a tutti, soprattutto ai più giovani, ma senza perdere il contenuto.
Come reagiscono le persone nei paesi che visitate?
La cosa più bella è proprio questa. Spesso arriviamo e la gente ci ferma, ci chiede cosa facciamo, poi magari ci porta a vedere posti che non conoscevamo. Ci è capitato di entrare nelle case, di scoprire tradizioni, oggetti, storie. È un arricchimento continuo. In generale siamo sempre stati accolti molto bene.
E le istituzioni?
A volte c’è un po’ più di distanza, forse anche per una questione generazionale o di linguaggio. Non sempre è immediato capirsi. Però fa parte del gioco.
Quanto conta il divertimento in quello che fate?
Tantissimo. Alla base c’è proprio quello. Ci organizziamo compatibilmente con il lavoro, partiamo, stiamo insieme, condividiamo tutto. C’è una bella sintonia tra di noi e questo si riflette anche nel progetto.
L’Astigiano è un territorio per giovani?
Secondo me sì, ma bisogna mettersi in gioco. Non è una grande città, non può offrire le stesse cose di Torino o di altre realtà universitarie. Però ha qualità, ha bellezza, ha spazi. E soprattutto ha bisogno di iniziative. Se si contribuisce, qualcosa si può costruire.
Un progetto nato quasi per gioco, quindi, ma con un’idea chiara: dare voce a un territorio che spesso resta ai margini.
Senza retorica, senza cartoline perfette. Magari partendo da una stazione dove non scende mai nessuno - tranne loro.














