ROMA (ITALPRESS) - Calcestruzzo, bitume, acciaio, energia: i rincari degli ultimi anni hanno colpito in modo trasversale le imprese italiane impegnate nelle grandi opere pubbliche, e i tempi con cui questi extra-costi vengono riconosciuti dalle stazioni appaltanti restano, in molti casi, un peso concreto sulla gestione dei cantieri. Le testimonianze raccolte oggi dal Sole 24 Ore - da Pizzarotti a Cmb, passando per i dati di ANCE - descrivono un problema strutturale: un deficit stimato in 3,8 miliardi di euro tra il 2024 e il 2025, a fronte di risorse pubbliche che coprono solo una parte di quella cifra. Il Ministero delle Infrastrutture stesso conferma l'entità del problema: per il biennio 2024-2025, a fronte di richieste pervenute dalle imprese per 2 miliardi di euro, il Mit dispone di soli 500 milioni - un divario di 1,5 miliardi di euro tra fabbisogno dichiarato e risorse effettivamente stanziate.Il pagamento aggiuntivo per l'adeguamento dei costi, limitato per legge al 90% di ciò che eccede una soglia minima di aumento, resta subordinato alla disponibilità di risorse della singola stazione appaltante, che spesso non le ha. Il risultato: la rinegoziazione non è un meccanismo automatico, e ogni impresa deve tutelarsi con tempi che, secondo alcune testimonianze, arrivano fino a due anni.Anche il sistema di calcolo degli indici ha visto una recente riforma: dal 27 aprile il meccanismo è passato dai vecchi ristori agganciati ai prezzari regionali a un calcolo basato su indici Istat più granulari, che tengono conto di più componenti dell'attività di cantiere. Ma anche gli operatori più vicini a questi meccanismi segnalano che gli indici faticano a intercettare in modo puntuale l'andamento reale del mercato: un balzo del 10% nei prezzi delle materie prime si traduce, per effetto dei meccanismi di calcolo, in un ristoro di poco più del 6% per l'impresa.E' un nodo che nasce da contratti pluriennali, firmati su prezzi che il tempo e gli shock geopolitici - dalla guerra in Ucraina alle tensioni nell'area di Hormuz - hanno reso obsoleti, senza un meccanismo di aggiornamento rapido e certo. Non è un problema isolato a un singolo committente pubblico: riguarda l'intero sistema degli appalti infrastrutturali. E rischia di aggravarsi nel 2026: terminato il regime transitorio di compensazione statale, la legge di Bilancio ha stabilito che siano ora le singole stazioni appaltanti a dover reperire le risorse necessarie per gli extra-costi, con il rischio concreto di dover definanziare altre opere pur di onorare gli impegni già assunti.E' quindi emersa l'esigenza di aprire un confronto permanente tra industria e Governo, capace di programmare le risorse pubbliche tenendo conto, fin dall'inizio, del costo reale delle opere nel tempo - non affrontando ogni volta l'emergenza quando ormai si è già creata. E' la condizione perchè il settore possa continuare ad assumere, formare le persone e investire.-foto Ipa Agency-(ITALPRESS).
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