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Scuola e lavoro | 30 luglio 2019, 14:01

Economia, l’allarme della CGIL: se non si farà “squadra” la situazione, già drammatica, è destinata a peggiorare ancora

“Servono politiche comuni per incentivare lavoro e investimenti, altrimenti il gap con il resto della regione si farà insormontabile”

Economia, l’allarme della CGIL: se non si farà “squadra” la situazione, già drammatica, è destinata a peggiorare ancora

Quello che emerge dall’analisi dello studio commissionato dalla CGIL astigiana all’Associazione Ires Lucia Morosini – commentato in sede di conferenza stampa dal segretario provinciale Luca Quagliotti, dal responsabile FIOM CGIL Mamadou Seck e da Francesco Montemurro, che dell’analisi è uno degli autori (l’altro è Valerio Porporato) – è un quadro davvero sconfortante e con pochissimi, per non dire pressoché nulli, spiragli nell’immediato futuro.

A fronte di una realtà regionale che negli ultimi anni si è ulteriormente allontanata dalle regioni limitrofe per quanto concerne gli indicatori di ricchezza – ha spiegato Montemurro – l’Astigiano ha fatto rilevare una più marcata contrazione. Naturalmente non mancano alcuni punti di forza, in particolare per quanto concerne l’agroalimentare, trainato dalle bevande, e un discreto valore aggiunto nel manifatturiero, ma abbondano anche le ombre. Ad iniziare dal reddito pro capite regionale più basso, di poco superiore soltanto a quello fatto registrare dal Verbano Cusio Ossola.

Nel corso dei primi due trimestri del 2019 la tendenza ad investire da parte delle aziende piemontesi è calata in tutta la regione, ma nell’Astigiano la contrazione è stata particolarmente marcata passando dal 33,3% al 23,1%). Sono calate anche le nuove assunzioni, con in particolare un forte allentamento degli avviamenti nel settore chimico (-41,2%) e metalmeccanico (-22,5%). Segnali negativi riguardano anche le costruzioni (-7%) mentre crescono gli avviamenti nel settore agricolo (+5%). Stabili invece i servizi (+1,7%).

Non va meglio guardando al confronto tra province rispetto al PIL pro capite a parità di potere d’acquisto (ovvero corretto al fine di compensare le distorsioni indotte dalle differenze nei livelli dei prezzi che si osservano tra i territori): Asti nel 2016 risultava essere la penultima provincia piemontese, con un valore di 3.300 euro inferiore alla media regionale. Torino e Cuneo sono le uniche due province con valori significativamente superiori rispetto alla media (31.900 euro pro capite), mentre il VCO, con un valore di 24.000 euro, presenta un gap importante rispetto agli altri territori.

Doccia fredda anche per quanto concerne la retribuzione media oraria nelle imprese private, inferiore a quella regionale (13,6 Euro lordi/ora rispetto a 14,6 Euro lordi/ora). In particolare, è inferiore a tutte le province ad eccezione del Verbano-Cusio-Ossola: come per il PIL e il valore aggiunto, Asti si colloca al penultimo posto. In tutte le province, le retribuzioni aumentano al crescere della fascia di età («effetto anzianità/esperienza») e del titolo di studio («effetto capitale umano»). Inoltre sono più alte, in media, per gli uomini rispetto alle donne e per gli italiani rispetto agli stranieri.

Ci attestiamo tra le ultime province, in questo caso addirittura su scala nazionale, per quanto concerne la creazione di nuovi laureati. Il livello di capitale umano espresso dalla popolazione piemontese è molto basso: ad eccezione di Biella e Torino, tutte le province del Piemonte si collocano agli ultimi posti nella classifica italiana del tasso di nuovi laureati ogni 1.000 giovani residenti. Asti nel 2016 si trovava al 102esimo posto, tra le 110 province italiane, con un tasso di 59 per 1.000 residenti. Asti si distingue in negativo anche per quel che concerne la formazione del personale con un 26,6% rispetto a quella regionale complessiva del 30,5%.

Pochissime, appena 6, le start up innovative registrate nell’Astigiano, a fronte di una buona posizione regionale su scala nazionale (sesti), che però cala drasticamente, facendo scivolare il Piemonte al 13esimo posto, considerandone la densità (il numero di Start Up Innovative in rapporto alla popolazione residente di 23-55 anni)

Elementi che, inevitabilmente, si ripercuotono molto negativamente sul mercato del lavoro, che si contraddistingue per il perdurare di alcuni storici fattori di debolezza. Infatti, la nostra provincia si distingue con il V-C-O per una complessiva immobilità dell’offerta di lavoro, se valutata su base decennale. Rispetto al 2008, il suo tasso di attività (dato dal rapporto tra forze di lavoro e popolazione residente), considerando soltanto gli individui tra 15 e 64 anni, è rimasto quasi immobile (+0,4 punti percentuali) a fronte di una crescita regionale di 3,2 punti. Con grave ritardo, in particolare, per quanto concerne la popolazione femminile e i giovani lavoratori che hanno grandi difficoltà a entrare nel mondo del lavoro.

Dato confermato dall’andamento degli indicatori: il tasso di occupazione dei giovani 15-29enni del Piemonte è sceso dal 52,8% del 2004 al 42,8% del 2011 fino al 37,1% rilevato nel 2018. Questo andamento è stato condizionato dalla lunga fase di recessione che ha penalizzato le fasce più giovani rispetto a quelle degli «insider» anziani più tutelati, contribuendo ad accentuare la “dualizzazione” del mercato del lavoro italiano.

E’ invece in crescita la produzione agricola, che ha visto crescere la quota di valore aggiunto è cresciuta dal 3,6% al 4,2% nel periodo 2008-2016. Questo è avvenuto in una fase di ricomposizione del tessuto produttivo agricolo, durante la quale le imprese si sono ridotte di un quarto nell’arco di dieci anni, con un calo che ha interessato esclusivamente le imprese individuali (passata da 7.861 a 5.494), mentre le società di capitale e le società di persone, anche se costituiscono soltanto una piccola frazione del totale, sono aumentate (da 393 a 482). Alcuni risultati positivi riguardano le produzioni di alta qualità legate all’industria agro-alimentare (come il comparto viti-vinicolo) che hanno conseguito negli ultimi anni ottime performance sui mercati internazionali.

 

I commenti e le possibili soluzioni

Un quadro obiettivamente sconfortante, caratterizzato da mancanza di innovazione e spinta propulsiva, che, secondo il segretario Quagliotti, è destinato a peggiorare drasticamente in assenza di interventi mirati: “O tutta la provincia decide di mettersi insieme con politiche comuni o ben presto supererà in negativo il VCO che è gravata dalla negatività dall’essere area montana”, ha affermato.

Guardando all’agricoltura, con particolare riguardo al settore vinicolo, ha poi aggiunto che “I raccoglitori qualificati iniziano a fermarsi oltre confine. Se non diamo buona accoglienza, possibilità di trasporti interni e salari equi, nel giro di poco tempo manutenzione vigne da parte di personale non qualificato con perdita qualitativa e rischio per produzione. E’ un problema che lo scorso anno era già stato denunciato dalla CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), ma di fronte al quale si continua a far finta di niente”

“Così come sono sottovalutati – ha proseguito Quagliotti – il caporalato e il lavoro sotto pagato. Così facendo, presto ci troveremo di fronte a un caporalato diffuso e all’esplosione del lavoro nero. Se i sindaci continuano a far finta che il problema non esiste è chiaro che il territorio si impoverirà e la qualità delle prestazioni erogate calerà. Ampliando il discorso a tutto il quadro macro economico è evidente che Asti è sempre più una città-dormitorio e che molti laureati della nostra provincia lavorano nel torinese e milanese. Per invertire la tendenza è necessario investire sul territorio, unendo le forze per creare una filiera territoriale che regga nel tempo e si sviluppi”.

“Nei primi anni ‘90 – gli ha fatto eco Seck – eravamo una provincia epicentro indotto FIAT, oggi abbiamo perso tantissimi posti di lavoro e continuiamo a perderli anche per mancanza di investimenti pubblici e privati legati all’assenza di insediamenti industriali e politiche che li favoriscano. E’ un quadro che ci preoccupa molto. E non facciamoci trarre in inganno dal calo delle richieste di ammortizzatori sociali: aziende come Gate e Dierre sono passate alla riduzione oraria perché, dopo il riordino del 2015, hanno esaurito il monte ore per la cassa integrazione. E una soluzione simile è in discussione anche alla General CAP di Celle Enomondo”.

Dovendo individuare l’apice dei problemi, il segretario Fiom CgIl indica “La riduzione salariale come punto più dolente, con premi per risultato congelati o cancellati e mediamente 3.000 euro a lavoratore persi per cassa integrazione, oltre che per tardiva o mancata corresponsione degli stipendi. Aumentano il lavoro povero e il precariato, che non danno sicurezza e garanzie alle persone che, lavorando con contratti a termine, finiscono spesso per venir lasciate a casa. E il cosiddetto Decreto Dignità non offre in realtà alcuna garanzia di trattamento dignitosi nei posti di lavoro”.

Gabriele Massaro

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