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Cronaca | 29 novembre 2019, 07:30

"Io ce l'ho fatta". Testimonianze di donne uscite dalla violenza. 7

Una storia al giorno, in collaborazione con Sos-Donna, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulla donna

Centro antiviolenza L'Orecchio di Venere, Asti (Ph. Laura Nosenzo)

Centro antiviolenza L'Orecchio di Venere, Asti (Ph. Laura Nosenzo)

Ed eccoci arrivati alla penultima puntata di "Io ce l'ho fatta", un percorso fatto con sos-donna.it per dare voce alle storie di donne che ce l'hanno fatta.

Avevo l'argento vivo addosso

Ho conosciuto quello che sarebbe diventato il mio fidanzato in Calabria, dove sono nata. Facevo la barista in nero e lui era lì in vacanza a fare i bagni. Piemontese doc. Mi ha convinta a venire su, a lavorare in campagna con lui. Dopo un anno ha detto che era ora che ci sposassimo: la sua idea era farmi stare a casa e dargli dei figli. Ne voleva quattro.

Ma io avevo l'argento vivo addosso, il lavoro in campagna non mi piaceva e così ho preso tempo e cominciato a cercare qualche occupazione. Con gentilezza si è offerto di accompagnarmi in macchina: cercavano una commessa in un panificio. Dopo il colloquio ero piena di speranze, mi sembrava fosse andata bene. Invece non mi hanno chiamata.

Poi sono andata a parlare a un venditore ambulante che cercava un'aiutante per fare i mercati nel Torinese. Anche con lui, però, niente. Qualche settimana dopo ho presentato domanda come cassiera in un supermercato, in un bar, sottolineando che avevo già fatto pratica in Calabria, di nuovo in un negozio, da una maglierista. Ma nulla, non c'erano mai risposte positive.

Il mio fidanzato era sempre con me, mi accompagnava, si informava su com'era andata e dopo un po' tornava sempre sullo stesso argomento: dovevamo sposarci, pensare ai figli, mi avrebbe mantenuta lui. Io resistevo, volevo un lavoro in città e poi, magari, mettere su famiglia.

Però non mi spiegavo tutte quelle mancate chiamate e vedevo intorno a me ragazze che trovavano lavoro facilmente.

Finché non ho incontrato, per caso, l'ambulante che mi ha detto: "Mi è spiaciuto che tu sia tornata a vivere in Calabria, ti avrei presa volentieri per i mercati. Adesso sei di nuovo venuta su?".

Ho finalmente capito: il mio fidanzato, pur di non farmi lavorare, mi aveva fatto terra bruciata intorno. Io andavo da qualcuno a offrirmi per lavorare e lui subito dopo tornava lì per dire che non era il caso, mi conosceva bene, non ero la persona adatta, di fare attenzione perché rubavo. A un macellaio ha detto persino che ero una pazza pericolosa.

Questo mi ha raccontato, come se niente fosse, quando sono corsa da lui per chiedergli spiegazioni e mandarlo al diavolo. Invece quello mi ha chiusa in casa, i suoi anziani genitori che facevano finta di non vedere e non sentire le mie implorazioni. Sono stata rinchiusa sei giorni nella sala, dormivo sul tappeto con delle enciclopedie come cuscino.

Ho tentato di scappare e mi ha tolto il cibo. Ero una furia. Nessuno chiedeva di me perché non avevo amici, i miei ignari di tutto in Calabria. Scappare è diventato il mio pensiero fisso. Fino a che mi è venuta un'idea. L'ho chiamato: "Ci ho ripensato, voglio sposarmi e fare dei bambini. E' giusto così. Andiamo a parlare con il prete e fissiamo il matrimonio".

Ci siamo vestiti bene e siamo andati dal parroco. Non appena ci ha fatto sedere mi sono messa a urlare, a raccontare come ero stata trattata, che volevo andare via. Il mio fidanzato ha detto che non era pentito di quello che aveva fatto perché in campagna era giusto così.

Il prete mi ha trovato una sistemazione, senza mai rivelarla a nessuno, lontano da lì. Devo ringraziare le suore per la protezione avuta. Dopo due mesi ho trovato lavoro come aiutante parrucchiera e dopo due anni mi sono sposata, con un altro naturalmente.

Ho raccontato questa storia a mia figlia e a mia nipote affinché seguano i loro desideri di indipendenza, ma scegliendo sempre con molta attenzione le persone di cui fidarsi.

Testo e foto sono tratti dal sito: www.sos-donna.it

 

Redazione

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