Asti vive una contraddizione evidente: mentre cresce la consapevolezza della crisi ambientale e sanitaria, il modello di mobilità continua a essere dominato da logiche che mettono al centro il mezzo di trasporto privato, a scapito della qualità della vita. È la denuncia del circolo SEquS Asti, che in una nota firmata da Giuseppe Sammatrice e Patrizia Montafia rilancia la necessità di una svolta ecocentrica per la città.
"La qualità dell’aria non è un tema ambientale separato dalla vita quotidiana: è una questione sanitaria e sociale che incide direttamente sul benessere collettivo", scrivono. Ridurre le emissioni significa prevenire malattie, proteggere i più fragili e restituire alla città una dimensione più umana. Per farlo, però, serve un cambio di paradigma: occorre superare un’impostazione che considera il territorio come uno spazio da attraversare rapidamente, per riconoscerlo come ecosistema da proteggere e riequilibrare.
Alternative reali e riequilibrio del traffico
Secondo SEquS, la mobilità non può continuare a essere organizzata attorno all’automobile privata. Servono parcheggi di interscambio ai margini urbani, navette frequenti, trasporto pubblico integrato e il rilancio delle linee ferroviarie territoriali. Solo dentro un quadro di alternative funzionanti diventa legittimo regolare il traffico in ingresso con sistemi intelligenti, non per limitare la libertà ma per riequilibrarla a favore dell’interesse collettivo.
"Il ripristino delle linee ferroviarie sospese non è nostalgia infrastrutturale, ma atto di giustizia territoriale", sottolineano. Offrire collegamenti efficienti ai comuni della provincia significa sottrarre cittadini e lavoratori all’obbligo dell’auto, riducendo emissioni e rafforzando la coesione.
Una città più equa e attrattiva
Per SEquS, questa visione non contrappone ambiente e sviluppo, ma ridefinisce il concetto stesso di progresso: una città più respirabile, più sicura e meno congestionata è anche più attrattiva e capace di affrontare le sfide climatiche. "La transizione urbana è prima di tutto un cambiamento culturale – concludono –: riconoscere che la città non appartiene solo a chi la attraversa in automobile, ma a chi la vive, la respira e la condivide".














