L’iniziativa recentemente promossa ad Asti per la costruzione di un’“alternativa progressista” rappresenta senza dubbio un segnale positivo: la volontà di riaprire spazi di confronto pubblico e partecipazione è un elemento di cui il nostro territorio ha bisogno. Tuttavia, proprio perché la crisi che stiamo vivendo è sempre più evidente – ecologica, sociale e democratica – si rende necessario interrogarsi sulla profondità delle risposte che si intendono costruire. Nel dibattito emerso riportato dai media, si è parlato di inclusione, sostenibilità, qualità della vita. Temi importanti, ma che rischiano di restare dentro un paradigma già noto: quello dello sviluppo sostenibile, inteso come adattamento del modello esistente.
La questione radicale e la differenza tra due approcci
La questione oggi, però, è più radicale. “Non si tratta più di rendere sostenibile ciò che sostenibile non è, ma di mettere in discussione il modello stesso che ha prodotto l’attuale squilibrio ecosistemico”. In questo senso, appare significativo che in un percorso che si definisce inclusivo non siano presenti tutte le sensibilità politiche e civiche del territorio, comprese esperienze che negli anni hanno rappresentato un riferimento concreto nelle battaglie ambientali locali. Il rischio, altrimenti, è quello di costruire spazi di confronto che, pur animati da buone intenzioni, finiscono per riprodurre equilibri già esistenti, senza riuscire a intercettare fino in fondo la domanda di cambiamento reale che proviene dalla società.
Esiste infatti una differenza sostanziale tra due approcci. Da un lato, chi propone uno sviluppo sostenibile, cercando di rendere compatibile la crescita economica con i limiti ambientali. Dall’altro, chi ritiene necessario avviare una vera conversione ecologica, riportando l’economia dentro i limiti della biosfera e assumendo gli equilibri ecosistemici come criterio fondante delle scelte politiche. Questa seconda prospettiva non è una posizione ideologica, ma una presa d’atto della realtà: la crisi climatica, la perdita di biodiversità e l’esaurimento delle risorse non possono essere affrontati con strumenti pensati per un mondo che non esiste più.
La proposta della Federazione Ecologisti Europei e il percorso itinerante
Per questo, SEquS sostiene il percorso che alcune realtà stanno portando avanti, anche attraverso la costruzione di una Federazione Ecologisti Europei che non nasce in contrapposizione a esperienze esistenti, ma dall’esigenza di colmare un vuoto: quello di una proposta politico-istituzionale ecologista coerente, capace di tenere insieme territorio, comunità e responsabilità istituzionale. Il nuovo soggetto politico è sostenuto da oltre 170 persone tra attiviste e attivisti, docenti universitari, rappresentanti di associazioni ambientaliste e singole cittadine e cittadini. Da oltre tre mesi, grazie all’adesione all’appello pubblicato sul sito www.ecologistieuropei.it, ha avviato un percorso itinerante nei territori in cui si sono formate delle comunità Ecologiste. Il programma prevede: venerdì e sabato prossimi a Benevento l’assemblea nazionale di SEquS, domenica a Torino con il comitato “Salviamo il Meisino”, nella prima decade di maggio a Varese ospiti dell’associazione “Un euro per salvare i nostri boschi”, a fine maggio a Cuneo con l’associazione “Di piazza in piazza”. Ogni giorno vengono accolte adesioni e inviti da tutta Italia. A inizio anno c’è stato il piacere di incontrarsi con due associazioni in Sicilia.
Confronto aperto e l’appello finale
Il confronto resta aperto, ed è auspicabile che possa allargarsi davvero a tutte le realtà che in questi anni hanno contribuito, anche con fatica, a costruire una coscienza ambientale nei territori. “Perché oggi non basta costruire un’alternativa politica. È necessario costruire un’alternativa ecologica”. Il comunicato è firmato dai portavoce del Circolo SEquS Asti, Patrizia Montafia e Giuseppe Sammatrice.














