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Attualità | 18 febbraio 2021, 16:10

Comunità Astesana: uno, nessuno e centosettantamila

Nel confrontarci con una realtà sempre più uniforme e piatta, pur se carica di varietà, difendere i valori distintivi di comunità è al pari del difendere se stessi

Maschere foto bianco e nero

Luigi Pirandello scrive Uno, nessuno e centomila tra il 1910 e il 1925. Un romanzo, cosa per lui non così usuale, sull’essere e sull’apparire. Il protagonista, Vitangelo Moscarda, scopre dalla moglie di avere il naso storto, dettaglio che non aveva mai notato. Piccola coincidenza che innesca in lui un vortice di ragionamenti fino a portarlo, attraverso vari esperimenti, alla consapevolezza di non essere per gli altri come egli è per sé stesso. E ad adeguarsi.

Allo stesso modo la Comunità Astesana, 70 Comuni e 170.000 residenti, oggi si guarda sempre più spesso con gli occhi altrui, fino ad accettarne i nuovi connotati. Si annacqua in territori ed esperienze che le sono lontane, tendendo ad adeguarsi come il personaggio di Pirandello. Eppure siamo così intrisi di storia, ricchi di tradizioni e legami, fino a costruirne carattere distintivo, che sembrerebbe impossibile non sentirsi comunità dalla chiara origine, dal chiaro carattere e nome. Chiaro e intoccabile. Astesana è il termine che da sette secoli richiama e definisce gli incessanti e sempre attuali rapporti tra Asti e il suo territorio; non certo mera espressione geografica, ma racconto di una comunità cresciuta su fortissime motivazioni storiche e culturali. I dubbi di Vitangelo, con così tanto e in così tanti, non possono né devono toccarci.

Una grande Comunità, impossibile da rappresentare e definire con un monumento simbolo o un evento più rilevante di tutti. Impossibile ristringerne i valori e non darne consistenza d’insieme, con il suo intero patrimonio costituito da territorio, ambiente, storia, arte, tradizioni, produzioni, folklore. Patrimonio carico di ricchezze da tutelare, per le le future generazioni. Patrimonio naturale e culturale, materiale ed immateriale, fortemente distintivo, di cui, sempre più, è importante alimentarne il valore e ricomporne conoscenza e consapevolezza per proiettarsi meglio nel futuro. Lasciamo pure che gli altri continuino a guardarci dall’alto, ma evitiamo di dubitare sul nostro essere.

Spesso la saggezza è più vicina quando ci chiniamo che quando c'innalziamo in volo. Lo scriveva William Wordsworth, uno dei più importanti poeti della letteratura inglese, tra i padri del Romanticismo. Tradotto poco in italiano, credo per la melassa di cui sono intrise le sue liriche e l’abbondanza di genere nostrana: Leopardi, Foscolo, Manzoni. La sua frase, specialmente per il nostro ragionare, è però bella ed utile. Suo merito, come per molti romantici, anche il linguaggio. Nuovo e comprensibile da tutti, che guarda al quotidiano, alle piccole, bellissime cose di tutti i giorni e le esalta come supporto esistenziale. Lo stesso per noi.

Ritrovare usi, rapporti e linguaggi, ritrovare umanità, sarebbe bellissimo punto di partenza e arrivo.

Davide Palazzetti

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