Ci sono storie professionali che faticano a stare dentro una sola etichetta. Quella di Orio Navarra è senza dubbio una di queste. Imprenditore, informatico prestato all'innovazione, ma anche voce graffiante e animale da palcoscenico: un profilo poliedrico che unisce la fredda logica degli algoritmi all'estro della creatività pura.
Cresciuto ad Asti, dove ha mosso i primi passi come sviluppatore per poi affacciarsi al mondo bancario e assicurativo, il suo percorso non si è mai limitato al rassicurante perimetro dei server aziendali. In città molti lo ricordano infatti per la sua anima più estroversa: le divertenti incursioni ai microfoni di Primaradio e l'energia sprigionata nei locali come frontman della band locale ArgentoVivo.
L'approdo nel panorama nazionale
Oggi, a quarantacinque anni, il suo orizzonte lavorativo si è decisamente ampliato, spingendosi fino ai vertici della produzione audiovisiva italiana. Insieme ai soci di The Pepegas Team, l'azienda tecnologica di cui è amministratore delegato, Orio Navarra ha saputo trasformare la passione per il codice in una vera e propria macchina per sogni. Dalla creazione di "attori digitali" alla Realtà Aumentata, il suo lavoro consiste nell'abbattere i confini fisici dei set, un impegno che lo ha portato fino alla blasonata Mostra del Cinema di Venezia.
Eppure, la sfida più tangibile per il grande pubblico è quella televisiva. Il suo team è infatti dietro l'architettura visiva di "In altre parole", il fortunato salotto di Massimo Gramellini in onda su La7, dove lo studio tradizionale lascia spazio a un ambiente completamente costruito attraverso tecnologie immersive e realtà aumentata. Per farci raccontare questo passaggio affascinante dalla provincia piemontese ai grandi network nazionali, lo abbiamo incontrato.
L'intervista
Partiamo proprio dalle origini: quanto c'è di quella sana "goliardia" astigiana, tra Primaradio e i palchi con gli ArgentoVivo, nel lavoro estremamente tecnico che svolgi oggi?
Per la serie "mi hai sbloccato un ricordo"! Primaradio, gli ArgentoVivo ma anche tutti i lavori dei concerti di natale con la cassa o della Douja d'or, sono stati una palestra formidabile per il mio bagaglio culturale nel mondo dello spettacolo.
Mi hanno aiutato a comprendere, sempre con la relativa leggerezza e goliardia come dici tu, i delicati meccanismi che si intrecciano in una produzione sia a livello artistico che tecnico.
Ognuna delle persone che ho incontrato in quei percorsi mi ha lasciato inconsapevolmente degli imprinting indelebili sotto vari aspetti che hanno contribuito di certo ad essere ciò che sono oggi.
Sul lato tecnico invece... Beh quella è stata sempre una malattia. Nel tempo sono stato capace di cavalcare tutte le ondate di innovazione, guidato prettamente dalla mia passione e forse con metodi non proprio accademici ma... a quanto pare efficaci.
Adesso ti muovi tra intelligenza artificiale, set digitali e algoritmi complessi con "The Pepegas Team". Qual è stata la scintilla che ti ha fatto abbandonare un percorso informatico "sicuro" per buttarti nell'innovazione pura?
Curioso ci pensavo profondamente qualche settimana fa in un momento difficile: è scritto nel mio tema natale. A quanto pare per le stelle sono un "Architetto del futuro", non mi accontento di usare le cose le devo "trasformare" per innovarle.
Ed è così, appena entro nel dominio di una tecnologia sono attratto dal fatto che è per me sconosciuta ma appena ne capisco i meccanismi e li padroneggio, invece di sfruttare e consolidare questa conoscenza, non so scatta in me qualcosa che mi fa andare oltre... e via verso nuove cose sconosciute. Forse è per questo che sono un ottimo "starter" ma un pessimo "finalizzatore". Trovo il modo sempre di passare da 0 a 1 ma non riesco mai a fare da 0 a 100!
Siete dietro la costruzione visiva di "In altre parole" su La7. Come si progetta e si gestisce in diretta uno studio televisivo completamente basato sulla realtà aumentata?
La televisione "dei grandi" mi ha all'inizio davvero destabilizzato, devo dire la verità.
Sono sempre stato in produzioni dove vigeva la regola del one-man-band o quasi, mentre i set cinematografici e televisivi di livello internazionale e nazionale sono ambienti liturgici, dove ognuno ha il suo ruolo stretto e dove vige la dittatura assoluta.
Entrando nell'alveo di realtà più strutturate come quelle di Rai, Mediaset e La7 fondamentalmente ho dovuto imparare a stare al mio posto.
"In altre parole" è stato il mio battesimo del fuoco, dovendo costruire da zero tutto il reparto tecnico di una trasmissione di attualità, in diretta nazionale, con il mio team abbiamo realizzato soluzioni veloci ed affidabili in grado di cambiare tutti i contenuti in tempo reale.
L'ambiente di lavoro romano però devo dire è davvero unico, ci sono persone fantastiche dietro le quinte e Massimo, il regista Piergiorgio Camilli e gli autori del programma sono degli esseri umani incredibili, con i quali, nonostante la possente mole di lavoro settimanale, si lavora benissimo.
La realtà aumentata e la gestione delle grafiche di studio sono protagoniste del programma, che si rifà a delle parole e a tantissime immagini per raccontare l'attualità e per noi è un onore aver trovato una soluzione tecnica che è ormai al terzo anno di conferma.
Con l'IA invece siamo entrati in tantissimi programmi televisivi italiani e alcune produzioni estere: abbiamo realizzato tutti i filmati dell'ultima edizione di Striscia la Notizia, realizzato la ricostruzione dell'omicidio di David Rossi andato virale grazie alle Iene, riportato in vita scene di calcio del passato con la docuserie "Una vita da campione" su RaiPlay, sperimentato con Alberto Angela delle tecniche di ridoppiaggio in lingua straniera coerente con il labiale, realizzato il primo personaggio IA del cinema italiano con il prossimo film di Fausto Brizzi "Quasi vera", realizzato interi spot con l'intelligenza artificiale generativa... E tantissime altre cose top-secret nel forno.
L'intelligenza artificiale applicata al cinema e ai media spaventa molti addetti ai lavori. Nel vostro lavoro quotidiano su volti ed emozioni digitali, qual è il confine oltre il quale la macchina non può sostituire l'essere umano?
Il cervello umano è una macchina basata sull'empatia e l'empatia è un processo della coscienza. Non c'è coscienza nel lavoro che facciamo, c'è mera simulazione. Finchè dobbiamo evitare di far uscire una troupe per riprendere una macchina tra i camion americani, o fare la pubblicità del bifidus è un conto ma io non credo che a brevissimo riusciremo a raggiungere livelli di simulazione tali da ingannare completamente il cervello umano.
Ma la vera domanda è, se anche ci riuscissimo, mancherebbe comunque un'altra grande prerogativa del nostro "essere umani": l’intenzione.
Il confine invalicabile risiede nel fatto che l’intelligenza artificiale può generare la perfezione estetica, ma l'arte si nutre di imperfezioni cariche di significato. Un attore non si limita a muovere i muscoli facciali; infonde nel personaggio il peso del proprio vissuto, la propria vulnerabilità e, soprattutto, la capacità di compiere una scelta creativa imprevedibile.
La macchina ottimizza un risultato in base a dati statistici, l'essere umano invece interpreta. Possiamo simulare perfettamente la dinamica di una lacrima che riga un volto, ma non potremo mai codificare il "perché" profondo di quel dolore, né il rischio emotivo che un uomo corre nel mostrarlo. E poi finché il pubblico cercherà una connessione tra anime, che è il vero meccanismo che scateniamo raccontando storie, e non solo una risposta a uno stimolo visivo (anche se i social stanno appiattendo tutto e si rischia l'irreparabile), l’essere umano resterà il cuore insostituibile del racconto.
Da Asti fino ai riconoscimenti internazionali e alla prima serata televisiva: se dovessi dare un consiglio a un giovane sviluppatore di provincia che sogna il tuo stesso percorso, cosa gli diresti?
Non farlo! Scherzi a parte, il mio percorso non è stato per nulla rose e fiori: sono rimasto molto scottato dal mondo dello showbusiness. Ho passato e sto finalmente chiudendo un ciclo delle mie startup difficilissimo a tratti impossibile, che ha creato momenti destabilizzanti, creato tensioni e rivoluzionato rapporti che mi hanno fatto crescere ancora di più. Sicuramente la tecnologia farà sempre più parte integrante di questo mondo e ci sono spazi per nuovi tipi di talenti e di opportunità. Ma è tutto in salita e certe volte si va di pertica. Oliata. Se non si hanno determinazione e spirito di adattamento si rischia di rimanere completamente schiacciati dal sistema stesso. In più in Italia, nel mondo, i percorsi didattici davvero all'avanguardia sono pochissimi e quindi bisogna anche essere capaci ad autoformarsi. A breve uscirà il mio libro sull'IA generativa integrata nelle produzioni audiovisive, scritto insieme ad Axel Fiacco, frutto delle mie ultime esperienze in qualità di docente alla Scuola civica di cinema di Milano. Pensa che c'è così tanta mancanza di materiale accademico sull'argomento che ci stanno chiedendo di renderlo manuale di corsi universitari!
Nel 2023, durante l'ottantesima Mostra del Cinema di Venezia, avete ricevuto un importante riconoscimento per l'innovazione digitale a supporto dei produttori. Che peso ha per te, nato come sviluppatore di provincia, vedersi premiare in uno dei templi internazionali della Settima Arte?
Sono arrivato con talmente tanta ingenuità a quel momento che sembravo Morgan quando Bugo ha lasciato il palco a Sanremo: "che succede?". Non avevo minimamente idea che un progetto fatto per pura curiosità mischiando ingredienti così acerbi potesse sbalordire a tal punto una delle gilde di produttori cinematografici internazionali più grande del mondo da creare un premio apposta durante il Festival.
Ne sono ovviamente onorato (se vado oltre la sindrome da impostore che ti assale quando raggiungi un traguardo senza nemmeno avere il minimo affanno) ed è stato un vero e proprio volano per tantissime altre opportunità, soprattutto internazionali che abbiamo saputo cogliere fino ad oggi e che presto vedranno la luce. Magari sarà un altra opportunità per raccontarvele!














