Un percorso solido e inarrestabile, guidato da un sound autentico che rifugge la perfezione digitale delle produzioni contemporanee. Il prossimo 16 luglio il palco del Diavolo Rosso accoglierà Simone Bernini, atteso protagonista del Fuori festival. Nato e cresciuto a Torino in una famiglia di musicisti, con un padre dedito alla musica country, il cantautore ha saputo costruire una fortissima identità artistica radicata nel rock, nel blues e nelle sonorità d'oltreoceano.
I numeri testimoniano una crescita travolgente: oltre 24 milioni di visualizzazioni sulle piattaforme social e più di 3,5 milioni di streaming per il solo singolo Memphis, il vero e proprio punto di svolta della sua carriera. Superata la timidezza iniziale grazie all'abbraccio del pubblico, l'artista torinese si definisce oggi un performer puro, pronto a trasformare ogni concerto in uno spettacolo visivo ed emotivo unico. In questa intervista, Bernini racconta il suo rapporto con la musica, l'evoluzione del suo stile e l'importanza del palco reale rispetto alla dimensione virtuale dei social.

In che modo crescere in una famiglia di musicisti ha influenzato il tuo modo di scrivere e cantare?
Più che crescere in una famiglia di musicisti, credo che sia stato fondamentale crescere circondato dalla musica. Quando ascolti musica ogni giorno, ogni momento della tua vita finisce per avere una sua colonna sonora. È come vivere un film in cui ogni scena ha un'atmosfera diversa. Non mi ha influenzato tanto il fatto di essere figlio di persone che amano la musica, quanto il desiderio di creare, un giorno, le mie colonne sonore. Canzoni che accompagnassero non solo la mia vita, ma anche quella degli altri.
Quando hai capito che il tuo linguaggio era più vicino a rock, blues e country che ad altri generi?
Da quando ho scoperto che più andiamo avanti più tendiamo a seguire un iter iperplastico nella creazione ed esposizione della nostra arte, troppo pulito e perfetto. Ho quindi voluto dare più spazio allo strumento nudo e crudo più che al digitale, più allo sporco che alla precisione pura che si ascolta in radio. L'idea del rock blues country nasce principalmente per questo, ma anche perché dà come base di sfogo ad un timbro vocale che ho trovato neanche troppo tempo fa.
"MEMPHIS" è stato un punto di svolta: cosa è cambiato davvero dopo quel brano?
Memphis è stata una rampa importante che mi ha fatto capire quanto facendo qualcosa che realmente ti piace puoi realmente arrivare alle persone, perché più si crede nei propri progetti, più la gente lo percepisce su se stessa. Memphis mi ha fatto capire anche cosa voglia dire essere in Hype e quanto sia difficile mantenerlo nel tempo, quanto forse il mondo del rock deve essere ancora riscoperto dagli ascoltatori italiani e soprattutto quanto sia difficile bucare il panorama musicale italiano di adesso con questo genere.
Quanto del tuo percorso è nato dal palco e quanto dai social?
Il mio percorso è sempre stato principalmente sul social, colpa della mia timidezza. Ora se potessi, eliminerei tutto ciò che riguarda gli schermi e vivrei principalmente tra palchi, tour e miliardi di altre sensazioni reali e non illusorie. Il social ti aiuta ad esporti, se mancasse non avremo altra soluzione per presentare al meglio la musica, ma ti porta anche al confronto e spesso ti danneggia. Da quando ho abbattuto la barriera della timidezza e dell'insicurezza da palco, penso di aver raggiunto un livello incredibile di consapevolezza di me stesso ed ora il palco è diventato la cosa più intima e viva che ci possa essere nella mia carriera attuale e ideale.
Ti senti più cantautore, performer o storyteller?
Assolutissimamente performer. Mi piace esagerare alla follia e creare musica principalmente perché amo immaginarla già visivamente: vestiti, luci, fiamme, design generale di grafiche, loghi, spettacolo, coreografie, cori, archi, ecc. Mi immagino tutto questo già nella mia testa che quando avrò finalmente la possibilità di realizzarlo diventerà uno show realmente apocalittico.














