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Cultura e tempo libero | 09 agosto 2026, 17:04

Quei giorni a Santa Libera: la ribellione dimenticata dei giovani partigiani astigiani

A ottant’anni dai fatti, Laurana Lajolo ricostruisce in un nuovo libro la protesta armata dell’agosto 1946 contro l’amnistia agli ex fascisti

Laurana Lajolo

Laurana Lajolo

Un episodio rimasto a lungo nell’ombra, quasi volutamente sottratto alla memoria pubblica, torna a galla grazie al lavoro di Laurana Lajolo e al suo nuovo libro “I ribelli di Santa Libera – Storia di un’insurrezione partigiana – Agosto 1946”, pubblicato da Baima & Ronchetti Editore nella collana Piemontesi – Storie e memorie. La data cruciale è il 20 agosto 1946: un gruppo di giovani partigiani di Asti riprende le armi e costituisce un comando a Santa Libera, frazione di Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, per manifestare il malcontento nei confronti del governo dopo l’emanazione del Decreto presidenziale di amnistia e indulto del 22 giugno 1946.

La scintilla della protesta

L’occasione immediata della protesta è la sostituzione del capo della polizia ausiliaria di Asti, nelle cui file erano stati arruolati alcuni partigiani, con un ex ufficiale della polizia dell’Africa orientale. A guidare i ribelli è Armando Valpreda, ex combattente in una Divisione di Giustizia e Libertà e segretario dell’Anpi provinciale di Asti. La miccia si accende, e quella che poteva configurarsi come una vera e propria insurrezione contro lo Stato viene disinnescata soltanto grazie al pronto intervento di autorevoli rappresentanti dell’Anpi e del Partito Comunista Italiano, che avviano una complicata mediazione con gli insorti per evitare la repressione.

Il lavoro dietro al libro: un patto di fiducia con i protagonisti

Laurana Lajolo, docente di filosofia e scienze umane, già direttrice dell’Istituto per la storia della Resistenza della provincia di Asti e presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, ha ricostruito la vicenda raccogliendo testimonianze dirette e conducendo una minuziosa ricerca storica. “Nel 1984, per il convegno ‘Contadini e partigiani’ dell’Istituto per la storia della Resistenza della provincia di Asti, ho ricostruito lo svolgimento della protesta”, racconta l’autrice. “La protesta, conclusa pacificamente dopo pochi giorni per la mediazione di esponenti politici e di comandanti partigiani, aveva consentito ai ribelli l’impunità sotto condizione con il rientro nella normalità, ma, per ragioni di tutela dei protagonisti e di opportunità politica, alla ribellione di Santa Libera fino ad allora non si era più fatto riferimento”.

Il percorso per arrivare alla prima pubblicazione del libro, nel 1996, non è stato lineare. Lajolo ha dovuto prima di tutto conquistare la fiducia di quegli uomini: “La difficoltà iniziale è stata quella di dimostrare, soprattutto a Armando Valpreda, la mia intenzione di ricostruire quella vicenda riconoscendo la motivazione ideale della ribellione. Ho dovuto acquisire la fiducia di quei partigiani per poter avere accesso alla documentazione da loro conservata e alle loro esperienze biografiche per confrontarle con le fonti storiche”.

L’identità dei ribelli e il rischio di una nuova guerra civile

Chi erano davvero i giovani di Santa Libera? “Volevano riaffermare gli ideali per cui avevano combattuto la lotta di liberazione contro i fascisti, che avevano rovinato l’Italia, non accettavano le mediazioni dei partiti del governo di coalizione, non valutavano politicamente l’appartenenza dell’Italia al blocco occidentale dominato dagli Stati Uniti”, spiega Lajolo. “Agirono quindi per l’impulso morale di rivendicare i diritti non ancora riconosciuti dei partigiani e di rifiutare il provvedimento di amnistia, che reintegrava gli ex fascisti nelle istituzioni”.

Al comando partigiano di Santa Libera giunsero numerose adesioni da gruppi di tutta Italia, segnale di un malcontento diffuso. Ma la posta in gioco era altissima. “La ribellione, che si poteva configurare come insurrezione contro lo Stato, avrebbe potuto avere un esito tragico se non fossero prontamente intervenuti a trattare con i ribelli il Vicepresidente del Consiglio, il socialista Pietro Nenni, i dirigenti del PCI e i comandanti partigiani”, sottolinea l’autrice, aggiungendo che “anche per l’accanita reazione delle forze di destra c’era il rischio concreto di una nuova guerra civile”. Gli insorti desistettero dopo l’impegno del governo ad attuare alcuni dei provvedimenti richiesti.

L’Italia del 1946: tra speranze e tensioni

Il 1946 è l’anno del voto alle donne, della vittoria repubblicana al referendum e dell’elezione dell’Assemblea Costituente il 2 giugno. Dodici mesi cruciali, ma segnati da fortissime tensioni sociali. “La situazione economica era grave e la disoccupazione era la questione sociale più urgente, mentre gli Stati Uniti, temendo l’instabilità politica del governo italiano, minacciavano di sospendere gli aiuti per la ricostruzione”, ricorda Lajolo. “I partiti conservatori, presenti nel governo, nel novembre 1945 avevano costretto alle dimissioni il Presidente del Consiglio Ferruccio Parri, che era stato il capo del Comitato Alta Italia per la Liberazione nazionale, sostituito dal democristiano Alcide De Gasperi, fedele alleato degli Stati Uniti”.

L’eredità morale, ottant’anni dopo

A distanza di ottant’anni, cosa resta di quella ribellione? Laurana Lajolo affida a una riflessione personale il messaggio più profondo del suo lavoro: “Narrando le loro storie di vita, ho ammirato la purezza di cuore di quei giovani, lo slancio ideale, la dirittura morale di Armando Valpreda. Gli ideali della lotta partigiana avevano plasmato i loro caratteri, ma, studiando il contesto storico, quella protesta fu un atto emotivo, che non poteva avere l’esito politico di cambiare il corso degli eventi”.

Redazione

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