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Cronaca | 26 febbraio 2021, 10:40

In libertà la 50enne braidese accusata di aver avvelenato il marito

Il Gip ha accolto l’istanza avanzata dalla difesa della donna, che respinge l’accusa di tentato omicidio. La sentenza di primo grado attesa per fine mese. Otto anni la pena richiesta per lei dal pubblico ministero

In libertà la 50enne braidese accusata di aver avvelenato il marito

Il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Asti, dottoressa Francesca Di Naro, ha accolto l’istanza di revoca della misura cautelare dell’obbligo di dimora nel comune di Cherasco nei confronti di Laura Davico, la 50enne braidese che il 28 dicembre 2018 veniva fermata e poi colpita da un’ordinanza di custodia in carcere a Torino con l’accusa di avere attentato alla vita del marito somministrandogli farmaci e veleni mentre l’uomo era ricoverato all’ospedale "Santo Spirito" di Bra.

Nell’ottobre 2019, dopo dieci mesi di detenzione, alla donna erano stati concessi gli arresti domiciliari presso l’abitazione cheraschese della madre, misura che nell’aprile 2020 venne trasformata nell’obbligo di dimora ora revocato.

L’istanza ha incontrato il parere contrario del pubblico ministero, dottor Vincenzo Paone, mentre nella sua motivazione il Gip Di Naro ha ritenuto condivisibili le argomentazioni poste dal difensore della donna, l’avvocato albese Roberto Ponzio, articolate sostanzialmente sul corretto comportamento processuale tenuto dalla donna durante il processo di primo grado in corso a suo carico presso il tribunale di Asti, come sul fatto che, anche in ragione del tempo intanto trascorso, siano venute meno le esigenze cautelari a suo carico.

Il provvedimento è stato accolto con soddisfazione dalla difesa: "La mia assistita – commenta l’avvocato Ponzio –, pur respingendo il grave e odioso addebito, ha tenuto un ottimo comportamento processuale, adeguandosi scrupolosamente alle prescrizioni e tenendo un atteggiamento remissivo e collaborativo. La vicenda processuale e il tempo trascorso hanno avuto un fortissimo impatto su di lei, sia a livello fisico che psicologico. La donna intanto ha intrapreso un percorso di trattamento e cura della grave sindrome depressiva che l’ha colpita in questi due anni.

Lo stato di libertà la aiuterà a guarire anche in un’ottica di ripresa dell’attività lavorativa. Attendiamo l’esito della sentenza di fine marzo, respingendo le accuse a nostro carico. La mia cliente ritiene di non aver somministrato sostanze venefiche, tantomeno del topicida, mentre ammette quella di medicinali utilizzati in un quantitativo privo di idoneità omicidiaria, col solo intento di curare il marito".

L’udienza conclusiva del processo di primo grado per tentato omicidio è in programma per il prossimo 25 marzo, quando sono previste le repliche della difesa e la sentenza. Il 5 febbraio scorso l’accusa ha chiesto nei confronti della donna una pena di 8 anni di reclusione.

Ezio Massucco

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