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Agricoltura | 27 febbraio 2021, 07:30

Viviamo in un posto bellissimo dove si torna a parlare di tartufi

Puntata dedicata al mondo del tartufo, patrimonio di saperi e umanità compresso, anche lui, dal virus e dal variare di valori e di prospettive

Un tartufo bianco

Tartufi? Ora, con questo caldo? A parte il fatto che, negli ultimi giorni, a parlarne sono stati altri, non è assolutamente sbagliato andargli dietro, a commentare e cercare di capire.

Ha cominciato, un paio di martedì fa, un istituto di ricerca nazionale francese, l’ INRAE, Institut national de recherche pour l’agriculture, l’alimentation et l’environnement, annunciando di essere riuscito a coltivare il tartufo bianco in una zona assolutamente priva. Ci si provava, anche dalle nostre parti, fin dagli anni Settanta a contrastare i cali di produzione spontanea. Notizia sicuramente importante per il mondo dei tartufai o forse più per quello commerciale che gli gira attorno. Quindi una buona nuova, pur se con il possibile rischio di perdere ciò che rende unico il tartufo bianco, così intriso di bellissima tradizione. Un patrimonio culturale carico di magia legata alla conoscenza viscerale del territorio e al rapporto tra uomini e cani da cerca. Un universo di antica cultura e di umanità unico al mondo, fino a che non replicabile ovunque.

Poi, in area buone nuove, la corsa alla nomination per gli Oscar 2021 del documentario The Truffle Hunters. Un film straordinario, dedicato al tartufo bianco, girato tra Langhe e Astigiano, dal 2017 al 2019, dai registi americani Michael Dweck e Gregory Kershaw. Al momento il documentario è entrato nella shortlist dei top 15 da cui usciranno fuori i nomi per le nomination finali. Appuntamento allora al 15 marzo, data di definizione delle candidature. I protagonisti sono quattro trifolau, residenti a Roddino, Cisterna d’Asti, Montegrosso d’Asti e Santo Stefano Belbo, e i loro cani: Birba, Biri, Charlie, Fiona, Nina, Titina e Yari. Un film straordinario per un mondo straordinario.

Dopo due buone o quasi, due meno. La prima, piccola, è su Asti e la sua Fiera del Tartufo, diventata per il 2021 Nazionale. E fin qui bene, anzi benissimo. Si va ad aggiungere a quelle dell’Astigiano storicamente con la stessa qualifica: Mombercelli, Montechiaro d’Asti, Moncalvo e Montiglio, oltre a San Damiano che potrebbe arrivarci a giorni. La Mostra astigiana è prevista per il 28 novembre. Un giorno, forse due...e, nonostante questo, chi si occupa di manifestazioni in Comune ha l’ardire di presentarla come grande piattaforma economica: Asti riparte dai tartufi. Ma per piacere.

Dulcis in fundo i primi della classe: Alba e il suo territorio. Sul tartufo ci hanno investito e costruito molto, a favore di immagine, notorietà territoriale, sviluppo turistico e ricadute economiche. E i risultati sono stati grandiosi, ottenuti con anni e anni di lavoro di qualità e cospicue risorse. Oggi però, con il cambio radicale di prospettiva di potenziale fruizione, persi per almeno un paio d’anni i flussi esteri causa pandemia, dovendo guardare alla prossimità, credo non possano che essere almeno preoccupati. Non a caso hanno creato un Osservatorio per rispondere in primo luogo alla necessità di misurare l’impatto turistico ed economico che un evento di livello internazionale come la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco di Alba ha e avrà sul loro territorio. Hanno da poco pubblicato un primo Report basato su interviste ad un panel italiano, giustamente, visto che quello sarà il principale mercato di riferimento. I dati che emergono non sono proprio confortanti: la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba è conosciuta bene o abbastanza dal 25% degli intervistati, ossia è conosciuta poco o per nulla dal 75%; solo il 7 % pensa di partecipare alla prossima edizione di cui la quasi totalità con un bel probabilmente.

Davide Palazzetti

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