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Sanità | 21 gennaio 2022, 07:30

Peste suina: dall'Africa all'est Europa fino al Piemonte. Il virus resta sulla carne anche 300 giorni [INTERVISTA]

Il dottor Fulvio Baj direttore Servizio Veterinario Area A della Asl At, fa chiarezza sul virus che non è dannoso per l'uomo. Al momento nessun caso nell'Astigiano

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La peste suina africana tiene in scacco, da qualche settimana, alcuni territori di Piemonte e Liguria. 78 comuni in provincia di Alessandria e 36 tra Genova e Savona.

Al momento non è interessato il territorio astigiano, ma i professionisti del servizio veterinario Asl At sono al lavoro da tempo e seguono con attenzione l’evolversi della situazione, rafforzando i controlli, monitorando puntualmente ogni segnalazione di capi potenzialmente infetti, verificando le misure di biosicurezza degli allevamenti posti nelle aree confinati alla zona infetta della Provincia di Alessandria.

La malattia non si trasmette all'uomo che però la può veicolare

Ne abbiamo parlato con il dottor Fulvio Baj, direttore Servizio Veterinario Area A della Asl At che ha rimarcato come, fortunatamente, la malattia non si trasmetta all’uomo neppure per ingestione di carne infetta, ma l’uomo stesso o gli animali possono veicolarla.

Certo la malattia è spesso mortale per cinghiali e maiali con ripercussioni su allevamenti e settore alimentare.

Iniziata dal facocero

La peste suina – spiega il dottor Baj - ha origine africana dove colpiva il facocero, ma in quel caso le trasmissioni erano veicolate anche dalle zecche, poi ha iniziato a diffondersi in altre parti del mondo, est Europa, Georgia, Russia e da lì si è espansa soprattutto nei i boschi di Polonia e Romania fino ad arrivare in Germania un paio di anni fa”.

Un’espansione in modo epidemico che avveniva da contatto diretto tra animali con una diffusione a macchia d’olio. “Si poteva supporre che sarebbe arrivata nell’Italia dell’est, spiega ancora Baj, invece è stata riscontrata a Ovada e non si capisce come sia arrivata lì per onda epidemica, probabilmente una carne contaminata o un salume abbandonato nella località ha infettato i primi cinghiali, ma è solo una supposizione”.

La zona deve essere completamente isolata

Un caso fortuito quindi e l’intervento dovrà essere molto rapido per circoscrivere il focolaio, chiudendo la zona di circa mille chilometri quadrati come di fatto sta accadendo tra Piemonte e Liguria, con l’interdizione di caccia e tutte le attività di trekking e simili che possono veicolare il virus che rimane sulle ruote, sulle scarpe e sulle zampe dei cani e altri animali.

È importante inoltre che non ci sia nessun abbandono di carne dopo pic nic o attività simili e che le carcasse vengano rimosse e interrate.

Per lo stesso motivo, da molto tempo, il cibo delle mense avanzato non viene mai destinato alla nutrizione di animali

“È un virus è molto resistente che resiste sulle carcasse per 100 giorni e sulla carne anche 300, difficile da debellare e crea molti problemi ambientali. Circoscrivendo la zona, l’infezione non si allarga”, ribadisce Baj che sottolinea ancora che la peste suina non raggiunge l’uomo neppure per ingestione.

Gli allevatori devono evitare qualunque contatto con i selvatici

Certo gli allevatori vivono un momento tragico per la loro economia e devono osservare misure ancora più rigide. “Gli allevatori osservano già di norma diverse misure che ora sono rafforzate, devono aumentare i livelli di biosicurezza e impedire che gli animali vadano a contatto con i selvatici, rinchiudendo i suini e usare doppie recinzioni con elettricità, facendo attenzione che non ci sia nessuna condivisione di cibo e acqua. Non c’è modo di stimare la fine di questa peste suina – conclude il veterinario - Se si agisce con tempestività si può delimitare bloccando tutto all’interno della zona e l’infezione, morendo i cinghiali, dovrebbe estinguersi”.

Intanto il Piemonte ha scritto al governo per chiedere ristori per tutti i comparti danneggiati dalla peste suina.

Betty Martinelli

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