Gentile Direttore,
vorrei portare all'attenzione dei lettori una realtà che probabilmente non fa molta notizia e non occupa le prime pagine dei giornali, ma che ogni anno coinvolge molte famiglie con figli disabili.
Sono la mamma di un bambino con sindrome di Down e, come accade a tante altre famiglie, l'arrivo dell'estate non coincide con un periodo di serenità. Al contrario, giugno segna l'inizio di una corsa a ostacoli: trovare un centro estivo disposto ad accogliere nostro figlio.
Le risposte che riceviamo sono quasi sempre le stesse: "Ci dispiace, non possiamo prenderlo". Frasi pronunciate con maggiore o minore gentilezza, ma che nella sostanza hanno tutte lo stesso significato: tuo figlio qui non è il benvenuto.
Alcuni centri estivi spiegano di non avere personale sufficiente o risorse adeguate. Altri si dichiarano disponibili solo in presenza di un operatore dedicato. Una richiesta comprensibile, se non fosse che il supporto garantito dalle istituzioni è spesso insufficiente a coprire le reali necessità.
Nel nostro caso, il contributo previsto consiste in 20 ore settimanali di assistenza e nel pagamento di una parte della retta, ma soltanto per due settimane. Venti ore significano appena quattro ore al giorno. E poi, terminato quel tempo, il centro estivo non è più in grado di tenere il bambino.
Mi chiedo allora che senso abbia parlare di inclusione se, nei fatti, a molti bambini viene impedito di partecipare alle stesse esperienze dei loro coetanei.
L'inclusione non dovrebbe esistere soltanto tra le mura della scuola durante l'anno scolastico. Dovrebbe continuare nei luoghi di aggregazione, nello sport, nel tempo libero e nei centri estivi, che rappresentano occasioni fondamentali di crescita e socializzazione.
Questa situazione pesa non soltanto sui bambini con disabilità, ma su tutta la famiglia. Diventa difficile spiegare a un fratello o a una sorella perché lui può partecipare al centro estivo e l'altro no. Diventa doloroso vedere un bambino escluso da momenti di gioco e condivisione semplicemente perché necessita di qualche attenzione in più.
Comprendo le difficoltà organizzative, le responsabilità e i problemi di sicurezza che i gestori devono affrontare, però credo sia necessario interrogarsi su un sistema che lascia sole le famiglie ad affrontare tutta questa sofferenza oltre alla criticità pratica. Tra tutte le risposte ricevute, quella che mi ha ferita maggiormente è stata quella di un oratorio molto frequentato del nostro territorio.
Forse perché da un luogo che si richiama quotidianamente ai valori dell'accoglienza, della fraternità e dell'attenzione verso i più fragili mi aspettavo uno sforzo in più, la volontà di cercare una soluzione, anche imperfetta, pur di non lasciare indietro un bambino.
Invece la risposta è stata la stessa ricevuta altrove: secca e diretta... non non possiamo prenderlo.
Non metto in discussione le difficoltà organizzative o le responsabilità che comporta l'accoglienza di un bambino con bisogni particolari. Tuttavia non posso nascondere la profonda amarezza nel constatare che proprio dove ci si aspetterebbe maggiore sensibilità e vicinanza, ci si trovi davanti a una porta chiusa.
È stata probabilmente la delusione più grande di tutte. Perché quando un rifiuto arriva da chi ogni giorno parla di inclusione, solidarietà e attenzione verso i più deboli, il senso di esclusione pesa ancora di più.
La domanda che vorrei porre è semplice: a chi deve rivolgersi una famiglia che desidera soltanto permettere al proprio figlio di giocare, stare con gli amici e vivere un'estate come tutti gli altri bambini?
Perché l'inclusione non dovrebbe essere un favore concesso quando possibile. Dovrebbe essere un diritto garantito.
Cordialmente,
lettera firmata














