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Cultura e tempo libero | 16 luglio 2026, 06:47

Il rap introspettivo di Rico Mendossa accende il Fuori Festival di Asti [INTERVISTA]

L'artista porta in città il 17 luglio le rime e le consapevolezze del suo nuovo disco '4 Luglio' e si racconta 'a cuore aperto'

Il rap introspettivo di Rico Mendossa accende il Fuori Festival di Asti [INTERVISTA]

L'energia e la tecnica della scena rap italiana si preparano a fare tappa ad Asti. Il prossimo 17 luglio la suggestiva cornice del Fuori Festival ospiterà l'esibizione di Rico Mendossa, rapper classe 1989 pronto a presentare al pubblico il suo ultimo lavoro discografico. Il progetto, intitolato "4 Luglio", segna un momento di profonda svolta per l'artista, distaccandosi dalle logiche tradizionali per abbracciare una narrazione spiccatamente intima e personale.

Uscito in primavera, l'album rappresenta una cesura importante rispetto al precedente "Self Made" del 2023. Il progetto discografico ha un titolo che è un omaggio diretto al giorno della nascita di sua figlia, evento che ha innescato nel rapper una profonda riflessione interiore. Per tradurre in musica questa evoluzione, l'artista si è affidato alle sapienti mani dei Wop Mob, team di produttori biellesi. La libertà espressiva è garantita anche dalla solida struttura gestionale fornita da Offline222, management che lo supporta dal 2024.

Di seguito, le parole dell'artista in vista dell'appuntamento astigiano.

L'intervista a Rico Mendossa

Il tuo nuovo disco si intitola "4 Luglio", un omaggio al giorno in cui è nata tua figlia. Quanto ha inciso questo evento sul tuo approccio alla scrittura e quali sfumature del tuo percorso di maturazione personale emergono in questo lavoro?

Ha inciso tantissimo, ma non tanto dal punto di vista tecnico della scrittura. Ha cambiato completamente la prospettiva con cui guardo la vita. "4 Luglio" non è un disco dedicato a mia figlia, è il disco che racconta il momento esatto in cui ho capito cosa conta davvero. Negli ultimi anni ho affrontato un percorso di crescita molto profondo. Ho cambiato città, ho rimesso in discussione tante convinzioni, ho iniziato un lavoro interiore importante e, proprio mentre stavo cercando di capire chi fossi davvero, è arrivata lei. È successo in un periodo complesso, dove tante cose andavano comprese, accettate e ricostruite. Per uno come me, che nella vita ha avuto pochi esempi rispetto al ruolo che oggi si trova a ricoprire, non è stato semplice. Ma ho capito una cosa: Le mancanze possono diventare una forza. Possono spingerti a costruire qualcosa di migliore. Questo disco è la fotografia di quel cambiamento. Non racconta solo ciò che ho vissuto, racconta la persona che sono diventato.

Hai scelto di affidare le produzioni ai Wop Mob, già noti nel panorama nazionale per i loro numerosi dischi di platino. Come è scattata la scintilla con loro e in che modo hanno saputo tradurre in musica la tua esigenza di un rap tecnico e diretto?

Con loro è stato tutto molto naturale. Ci conoscevamo già e c'era stima reciproca, ma quello che mi ha convinto definitivamente è stata la loro capacità di capire il progetto ancora prima delle produzioni. Non cercavo semplicemente beat forti. Cercavo qualcuno che comprendesse la direzione del disco. Io sono molto legato al concept. Ogni produzione doveva valorizzare il contenuto senza rubargli spazio. I Wop Mob sono riusciti a trovare questo equilibrio. Hanno dato al disco un suono attuale, ma senza snaturare il mio modo di fare rap. Io continuo a credere che la tecnica debba essere al servizio del messaggio e non il contrario. Loro hanno capito perfettamente questa esigenza.

Scorrendo la tracklist spiccano i nomi di Guè e Inoki, accanto a collaboratori storici come Sean Poly e a talenti emergenti come Mure. Con quale criterio hai scelto gli ospiti per un disco che si preannuncia così intimo?

Non ho scelto gli ospiti in base ai numeri. Li ho scelti in base al significato. Ogni collaborazione racconta un pezzo del mio percorso. Guè e Inoki rappresentano due figure che hanno avuto un peso importante nella mia crescita artistica e personale. Sean Poly, invece, è una persona con cui condivido un percorso che va avanti praticamente da sempre. Mure rappresenta invece il futuro, una nuova generazione che stimo molto e nella quale vedo autenticità. In un disco così personale non avrebbe avuto senso inserire collaborazioni solo per strategia. Ogni artista presente aveva qualcosa da aggiungere al racconto. E questa, per me, è l'unica motivazione valida per fare un featuring.

Nel 2025 hai lanciato "Street Mindset", un podcast molto apprezzato in cui hai esplorato la mentalità di artisti del calibro di Vegas Jones, Ensi e Shade. Ascoltare le esperienze e i percorsi lavorativi dei tuoi colleghi ha in qualche modo contaminato la gestazione di questo tuo nuovo album?

Assolutamente sì. Street Mindset mi ha dato la possibilità di confrontarmi con artisti che hanno vissuto percorsi completamente diversi dal mio. Più che le loro risposte, mi hanno colpito le loro domande. Mi sono reso conto che, indipendentemente dal livello raggiunto, tutti convivono con dubbi, paure e responsabilità molto simili. Questo mi ha confermato quanto il lato mentale faccia davvero la differenza. Credo che il podcast e il disco siano figli della stessa ricerca. Entrambi parlano di identità. Uno lo fa attraverso le conversazioni. L'altro attraverso la musica.

Rispetto a "Self Made" del 2023, "4 Luglio" si propone di intercettare sia un pubblico adulto che le nuove generazioni, affrontando tematiche trasversali. Qual è il messaggio di fondo che speri arrivi a chi ascolterà l'album per intero?

Spero che chi ascolta il disco capisca che cambiare è possibile. Viviamo in un periodo in cui siamo abituati a identificarci continuamente in quello che facciamo, nei risultati che otteniamo e nell'approvazione degli altri. Io penso che la vera battaglia sia un'altra. Capire chi sei quando tutto questo viene meno. Il messaggio del disco è proprio questo. Ogni momento difficile porta con sé un insegnamento. Bisogna avere il coraggio di fermarsi e chiedersi: "Che cosa sta cercando di insegnarmi questo periodo?". Quando trovi quella risposta, la sofferenza lascia spazio alla consapevolezza. Ed è da lì che si riparte.

Oggi ti muovi con grande autonomia, supportato dal management biellese Offline222. Quanto è fondamentale, nell'attuale mercato musicale, potersi smarcare dalle logiche tradizionali per raccontare la propria evoluzione in totale libertà?

Per me è fondamentale. Credo che oggi esistano molte più possibilità rispetto al passato. Essere indipendenti non significa fare tutto da soli. Significa costruire un ecosistema di persone che condividono la tua visione. Offline222 è questo. Un team con cui posso confrontarmi liberamente, dove ogni scelta nasce da una visione comune e non dall'urgenza di inseguire un algoritmo o una classifica. Io ho sempre creduto che un artista debba conoscere anche il music business. Capire come funziona il settore ti permette di fare scelte più consapevoli. Poi ognuno è libero di scegliere la propria strada. Io ho scelto quella dell'indipendenza perché mi permette di evolvere senza dover rinunciare alla mia identità. Oggi il successo, per me, non è assomigliare agli altri. È avere la libertà di costruire qualcosa che mi rappresenti davvero.

Betty Martinelli

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