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Attualità | 26 novembre 2022, 07:30

Viviamo in un posto bellissimo con un altro tesoro da valorizzare

Puntata dedicata al Centro di Ricerca per l’Enologia di Asti, gioiello impolverato nonostante la storia della viticoltura italiana sia stata scritta tra le sue mura

Federico Martinotti, direttore dell'Istituto per l'Enologia dal 1901 e metodo di produzione degli spumanti

L’Istituto Sperimentale per l’Enologia, oggi Centro di Ricerca per l'Enologia, istituito nel 1872 con Regio Decreto di Vittorio Emanuele II, è un Ente Pubblico che fa capo al CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria.

Quest’anno ha festeggiato il suo centocinquantesimo compleanno. Non fosse da un secolo e mezzo sempre e comunque ad Asti, potremmo anche soprassedere. E invece qui era e qui è, al numero civico 35 di via Pietro Micca. La sua storia è la storia dell’enologia della penisola, fin da subito dopo l’unità d’Italia, con attività tecnico-scientifiche di indubbio riferimento e supporto alla crescita del settore.

Nei primi anni di vita, nonostante ci fosse da creare ex novo un ambito di ricerca un po’ su ogni aspetto della viticoltura e dell’enologia, prevedeva un direttore, un assistente e un inserviente. Figure oserei definire eroiche, assai meno note di quel che meriterebbero.

Se dico Enrico Grassi, vi dice qualcosa? Dubito, anche se, quale primo direttore, riuscì ad avviare in soli tre anni i programmi di applicazione della chimica analitica all’enologia, così importanti per la ricerca nei decenni successivi. E poi, Luciano Usseglio Tomasset, Mario Castino, Rocco Di Stefano. Ancora niente? Eppure ai loro nomi sono state legate le sorti della moderna viticoltura, non solo nazionale. Beh, almeno Federico Martinotti, direttore a inizio Novecento, ditemi di sì. Tuttora ne beviamo con piacere gli effetti dei suoi studi.

Oggi l’attività del Centro è articolata su quattro unità di ricerca: Chimica enologica, Microbiologia enologica e Tecnologia e meccanica enologica e l’Unità di ricerca di Analisi sensoriale dei vini. Gestiscono anche un vigneto sperimentale di circa 2,5 ettari, a Viatosto, dove vengono coltivate sei varietà d’uvaggio. Tutta questa ricca storia, tutte queste persone, mitiche negli effetti sulla quotidianità di molti e non certo solo degli operatori del settore, altrove avrebbe trovato da tempo risorse e spazi di valorizzazione. Da noi non ancora.

E’ ben vero che alla Asti Città del Vino e del Palio sia rimasto giusto il Palio, pur con qualche contingente problematica, ma la valenza di un così ampio e spendibile patrimonio culturale credo e spero trovi presto la strada per essere utile allo sviluppo della città.

A conferma del problema lo spazio, più che scarso, dedicato ieri o l’altro ieri da media e dintorni al convegno celebrativo del 150° anniversario, Regia Stazione Enologica di Asti: dallo sviluppo del territorio all’internazionalizzazione, e all’odierna apertura al pubblico della sede di via Micca, dalle 14 alle 17, con tanto di visite guidate.

Davide Palazzetti

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