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Cultura e tempo libero | 10 luglio 2026, 14:12

Fine settimana di grande musica con Monferrato On Stage: stasera i Selton, domani la Rino Gaetano Band [INTERVISTA]

La rassegna itinerante unisce musica ed enogastronomia, ospitando stasera il pop tropicale della band brasiliana e domani il tributo al grande artista prematuramente scomparso

Fine settimana di grande musica con Monferrato On Stage: stasera i Selton, domani la Rino Gaetano Band [INTERVISTA]

La grande musica, l'enogastronomia d'eccellenza e la valorizzazione del territorio tornano a fondersi nell'undicesima edizione di Monferrato on stage, la rassegna itinerante gestita da Fondazione MOS ETS che attraversa le province di Torino, Asti e Alessandria. Un festival che quest'anno mette al centro la sostenibilità etica, l'inclusione e la sinergia tra comunità locali, confermandosi come un appuntamento estivo imperdibile per il Piemonte.

Il fine settimana si apre alla grande questa sera, venerdì 10 luglio, a San Marzano Oliveto. A salire sul palco di piazza Giovanni XXIII alle 21.30 saranno i Selton, il trio brasiliano che ha saputo conquistare l'Italia con una miscela travolgente di pop, cantautorato e sonorità tropicali. La band presenterà dal vivo i classici del proprio repertorio e i brani estratti dal doppio album "Gringo". A rendere l'atmosfera ancora più suggestiva sarà la proiezione delle opere del maestro Pablo T, celebre esponente dell'astrattismo extrasensoriale. Per chi desidera unire l'ascolto alla buona tavola, dalle 19.30 sarà aperta l'Area Food gestita dalla Pro Loco locale, con piatti tipici abbinati ai vini del Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato.

Il viaggio del festival prosegue domani sera, sabato 11 luglio, a Casalborgone, nel Torinese. Piazza Vittorio Emanuele II accoglierà la Rino Gaetano Band, il progetto ufficiale che tiene viva l'eredità artistica del grande cantautore calabro-romano. Fondato dalla sorella del cantante, Anna Gaetano, il gruppo è guidato sul palco dal nipote Alessandro Gaetano, affiancato da Marco Rovinelli, Alberto Lombardi, Michele Amadori, Ivan Almadori e Fabio Fraschini. Il concerto inizierà alle 21.30 a ingresso gratuito, preceduto dallo street food di qualità preparato dalle realtà locali a partire dalle 19.30.

La settimana successiva, venerdì 17 e sabato 18 luglio, la rassegna farà tappa a Cavagnolo, sempre nel Torinese, per una doppietta di eventi ospitata nell'Area Verde di via San Lorenzo. Il venerdì sarà dedicato a Cavaflow, un'iniziativa del progetto Monferrato Next pensata per valorizzare i giovani talenti e contrastare lo spopolamento dei piccoli centri. A partire dalle 20 si esibiranno artisti urban e hip hop emergenti, seguiti alle 23 dal live set della rapper torinese Beba e, alle 23.45, dall'esibizione di Ensi, colonna portante della scena rap nazionale. Il sabato sera vedrà invece protagonista la cantautrice Miglio alle 22, con le sue atmosfere tra elettronica e new wave, seguita alle 23 dal dj set di Bunna, storico fondatore degli Africa Unite. In entrambe le serate l'Area Food aprirà alle 19.30 con le proposte della brigata Monferrato Rural Food e i vini selezionati dall'Enoteca Regionale dell'Albugnano.

Tra le iniziative collaterali spicca la mostra fotografica interattiva Pictures of you – On the road, curata da Henry Ruggeri e Chiara Buratti. Inquadrando gli scatti con lo smartphone tramite l'applicazione Notaway, i visitatori potranno accedere a contributi video esclusivi narrati dal compianto giornalista musicale Massimo Cotto. Il festival, nato nel 2016 da un'idea del presidente Cristiano Massaia e cresciuto sotto la direzione artistica di Ettore Caretta, proseguirà poi fino a fine agosto toccando i comuni di Piea, Moncalvo, Portacomaro, Albugnano e Camerano Casasco.

A tu per tu con Ramiro Levy: lo sguardo 'straniero' che sa ancora stupirsi

A poche ore dal loro concerto in programma a San Marzano Oliveto, abbiamo incontrato Ramiro Levy, chitarrista e cantante dei Selton. Con lui abbiamo esplorato il legame profondo tra la loro musica e un territorio intimo come quello del Monferrato, oltre a ripercorrere le tappe di una carriera che li ha portati dai palchi improvvisati del Park Güell a Barcellona fino alle vette dell'indie transnazionale in Italia. Nell'intervista, l'artista ci ha svelato come la band abbia imparato ad accettare la propria perenne condizione di gringos nel mondo, intesa non come un limite ma come "un invito a conservare questo sguardo straniero, capace di continuare a stupirsi della bellezza delle cose", e come la scelta della lingua in cui scrivere rimanga, in fondo, un affascinante mistero creativo.

[I Selton (Ramiro al centro, in t-shirt chiara) ritratti in uno scatto di Simone Biavati]

Questa sera vi esibirete a San Marzano Oliveto, nel pieno delle colline Astigiane. Come si adatta il vostro "Manifesto Tropicale" a un contesto così intimo e legato al territorio, lontano dalla caoticità di Milano e dalla frenesia delle spiagge brasiliane?

Troviamo molto interessante che, in un contesto così intimo e profondamente legato al territorio, possiamo arrivare noi a raccontare qualcosa del nostro di contesto, che in fondo coincide un po' con il mondo intero, data la nostra storia. Immaginiamo che, per persone particolarmente legate alla propria regione, incontrare chi proviene da altri luoghi e ascoltare storie diverse, anche in altre lingue, possa rappresentare un interscambio culturale interessante e noi non vediamo l'ora di farlo.
 

Il vostro ultimo album si intitola Gringo. Dopo tanti anni in Italia, vi sentite ancora un po' stranieri o questa parola per voi oggi ha un significato puramente artistico?

Dopo tanti anni trascorsi a vivere e a costruire la nostra vita lontano dal Brasile, quella che era la nostra casa in cui siamo nati e cresciuti, abbiamo imparato ad accettare questa condizione di sentirci stranieri un po' ovunque. Ormai quando torniamo in Brasile, ci sentiamo un po' stranieri anche lì, dato che viviamo lontano da tanti anni. 

Allo stesso modo, anche qua in Italia, pur sentendoci a casa per certi versi e pur avendo qui costruito la nostra vita adulta, sentiamo comunque di non appartenere al 100% a questo luogo.  Abbiamo quindi imparato ad accettare questa condizione di eterni gringos e, anzi, la scelta di intitolare il disco Gringo nasce proprio dall'invito a conservare questo sguardo straniero: più che dell'identità dello straniero, volevamo parlare di uno sguardo capace, anche con il passare del tempo, di continuare a stupirsi della bellezza delle cose e di vedere il mondo come qualcosa di sempre nuovo.
 

Scrivete in italiano, portoghese spagnolo e inglese. C'è un'emozione specifica che riuscite a esprimere solo in italiano e una che invece richiede per forza la vostra lingua madre?

La questione della scrittura e delle lingue rimane per noi un mistero. All'inizio, quando eravamo appena arrivati in Italia e scrivevamo le nostre prime canzoni, non parlavamo ancora italiano. Per questo scrivevamo in portoghese, inglese e spagnolo, cercando poi di tradurre i testi all'italiano. 

Con il tempo è successo che le quattro lingue che ormai ci appartengono si sono mescolate dentro di noi, e oggi non pensiamo più a tradurre da una lingua all'altra, semplicemente le canzoni nascono in una determinata lingua. Perché nascano in una piuttosto che in un'altra resta un mistero, ma è un aspetto che ci piace molto, vuol dire che in qualche modo abbiamo interiorizzato queste lingue e che, probabilmente, il nostro cervello sceglie inconsciamente all'interno della nostra biblioteca di lingue quella più adatta a trasmettere una determinata emozione. Non si tratta, però, di un processo cosciente, è molto naturale.
 

Siete partiti suonando per strada a Barcellona prima di arrivare a Milano. Qual è la lezione di quegli anni "on the road" che vi portate dietro ancora oggi sul palco?

Nei primi due anni di vita della band, prima di trasferirci a Milano, suonavamo regolarmente al Park Güell di Barcellona, un luogo davvero speciale. Ci esibivamo circa cinque volte alla settimana, per ore e ore. Quell'esperienza è stata per noi una palestra musicale, suonavamo principalmente brani dei Beatles, e il contatto quotidiano con quelle canzoni, così vivo e diretto, ci ha insegnato moltissimo. 

Cantarle e suonarle, osservando ogni giorno le reazioni delle persone e le emozioni che suscitavano e suscitano ancora, ci ha stupito molto, perchè vedevamo come quei brani riuscissero a parlare sia a chi aveva vissuto l'epoca dei Beatles e vi era legato affettivamente, sia ai più giovani, che non avevano idea di chi avesse scritto quelle canzoni, c'era anche gente che veniva a chiederci se fossero canzoni nostre. Abbiamo compreso quanto una canzone ben scritta possa attraversare il tempo e questo è un grande insegnamento.

Suonare in uno spazio aperto ci ha insegnato anche a cogliere immediatamente ciò che coinvolge il pubblico e ciò che lo lascia indifferente. Ci sono momenti in cui si suona davanti a poche persone e altri in cui, non appena inizi a fare delle cose più orecchiabili, la gente si ferma e a volte capita che hai moltissima gente ad ascoltarti. Misurarsi costantemente con lo sguardo del pubblico e cercare di mantenere questa vicinanza è stato un insegnamento prezioso.
 

Siete passati dall'essere definiti "la band brasiliana in Italia" a un progetto indie transnazionale. Qual è stata la barriera culturale più difficile da abbattere per far capire la vostra reale direzione musicale

Quando siamo arrivati a Milano, dopo quasi tre anni trascorsi a Barcellona a suonare per strada, eravamo una band molto solare, perché eravamo ragazzini e stavamo vivendo praticamente il momento migliore della nostra vita. All'inizio, però, questo essere solari veniva a volte percepito come troppa leggerezza. In quegli anni, infatti, la scena indie era caratterizzata da toni più cupi e rabbiosi, e abbiamo dovuto conquistare il nostro spazio dimostrando che il sorriso può racchiudere malinconia e contenuti profondi, e che spesso è proprio attraverso la leggerezza che tali sfumature si riesco ad esprimere. 

Questa è stata una delle principali barriere culturali che abbiamo incontrato, anche perché, provenendo dal Brasile, portavamo con noi un atteggiamento generalmente più positivo nei confronti della vita. Arrivati qui ci siamo scontrati con una Milano di vent'anni fa, più cupa e grigia. Confrontarci con questa realtà ci ha fatto capire meglio chi eravamo, scavare più a fondo dentro di noi e definire la nostra direzione artistica e la nostra identità musicale. 

Gabriele Massaro

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