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Cronaca | 21 aprile 2021, 20:00

Processo usura, la moglie di un imputato in aula: "Su mio marito tutte bugie. Hanno distrutto la mia famiglia"

Continua in tribunale ad Asti il processo usura, che potrebbe arrivare a sentenza il prossimo luglio

Processo usura, la moglie di un imputato in aula: "Su mio marito tutte bugie. Hanno distrutto la mia famiglia"

Continua in tribunale ad Asti il processo usura, che vede imputate diverse persone. La parte lesa è una famiglia composta da padre, madre, figlio e figlia, tutti con il vizio del gioco e che per questo hanno dilapidato eredità di milioni di euro.

Nell'udienza di martedì scorso in aula ha testimoniato la moglie di Nikolli Kreshnik, uno degli imputati. 

Mio marito è una brava persona - ha spiegato davanti ai giudici Dovesi, Bertelli Motta e Dematteis - non ha fatto tutte quelle cose per cui è accusato, sono tutte bugie. Qualcuno dica la verità, hanno distrutto la mia famiglia”.

Nel maggio scorso, con l'operazione "Game Over" di Polizia e Guardia di Finanza, erano state arrestate 6 persone, con l'accusa di essere degli usurai. Tra questi anche Nikolli Kreshnik, a cui, durante una perquisizione domiciliare, vennero trovati oltre 22mila euro in casa. 

Una quantità di denaro che aveva fin da subito insospettito le forze dell'ordine, potenziale provento dell'attività di usura. Tutto questo, però, non trova conferme nella testimonianza della moglie dell'uomo.

Mio marito teneva i soldi a casa per evitare che Equitalia glieli prendesse – ha spiegato la donna in aula - Ha sempre lavorato, quei soldi sono puliti".

Quel giorno le forze dell'ordine avevano trovato anche una pistola sul tetto della casa adiacente a quella dell'uomo. Di questo, però, la moglie non ha saputo fornire ulteriori spiegazioni in aula. 

In aula sono emersi ulteriori particolari in merito a una vicenda parallela. Sono stati chiamati a testimoniare, infatti, i titolari di uno studio tecnico astigiano, che nel 2018 avevano l'incarico di seguire pratiche di Emanuel Olivieri, anche lui imputato.

Durante le intercettazioni telefoniche era stata colta una voce femminile, che, chiamando l'imputato, avrebbe pronunciato in piemontese una frase che in italiano suonerebbe così: “Prima che mi ammazzino è meglio che...”. 

Entrambi i titolari dello studio, però, escludono di aver pronunciato quella frase, in quanto non farebbe parte del loro bagaglio linguistico.

Nelle prossime udienze si valuterà se far ascoltare o meno l'intercettazione, così da poter risalire alla persona che avrebbe pronunciato quella frase.

Il processo tornerà in aula martedì prossimo, 27 aprile.

Elisabetta Testa

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